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Il mondo urla dietro la porta

Libri, biscotti, sangue e caffè

Il racconto contro la morte: Salvare le ossa di Jesmyn Ward

Jesmyn Ward - Salvare le ossa

Alla fine dell’agosto del 2005 l’uragano Katrina toccò terra e iniziò a scavare una ferita che solo in seguito apparve come un confine. Si dice che solo i newyorchesi, gli occhi di chi ha vissuto l’11 settembre, possano comprendere il senso di distruzione che seguì la catastrofe naturale. E in un certo senso è vero se non fosse per le peculiarità geografiche e culturali del suolo americano: Katrina non fece che rimarcare una differenza e far emergere un lato contraddittorio che non ha esaurito la sua spinta. La risposta della letteratura è stata inglobare attraverso il racconto del disastro che dalla singola visione soggettiva si estende al sentimento dominante.

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In Libreria: maggio 2018

Una selezione di pubblicazioni interessanti del mese. Si tratta di un modo per tenere traccia di titoli che per me rivestono un certo interesse e che potrebbero finire dritti in wishlist. Sono scelte personali che, per ovvi motivi di spazio, non potranno restituire una visuale completa sulle pubblicazioni e la miriade di case editrici esistenti. Cercherò di mantenere una certa varietà nelle scelte che, spero, sapranno plasmarsi e imparare nuove sfumature di gusto. Capirete che l’uscita dei titoli può essere soggetta a ritardi e altre difficoltà, lacune che potrete colmare voi con segnalazioni e suggerimenti.

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Verso la fine: I primi viaggi di Andy Catlett di Wendell Berry

i primi viaggi di andy catlett_wendell berry

Raccontare la relazione con la terra di origine ha tutta una serie di rischiose implicazioni. È come il racconto di ogni infatuazione quando coinvolge in prima persona chi vuole trasformarla in parole: il rischio è di mettere su un diario senza che il rapporto con la realtà possa essere esteso anche a chi legge. Se c’è una cosa che alcuni scrittori americani sanno fare   o dovrei dire il modo di fare americano   è un metodico esercizio della finzione come diretta influenza della realtà. Quella parte della vita americana che si plasma ed è plasmata dall’ambiente   in un territorio esteso e quindi ad alto grado di variabilità geografica e sociale   è quanto di più spietato e vero si possa identificare, paradossalmente, nelle storie di finzione. Ogni madre terra è diversa: lo dimostrano storie come quelle di Nelle terre di nessuno di Chris Offutt, in cui la vita degli uomini è fatta di isolamento e ritmi naturali; o forse ci sono anche i racconti di Trilobiti di Breece Pancake, percorsi dal desiderio di fuggire dall’isolamento pur sapendo che è l’unica condizione adatta a chi ci è cresciuto; o, ancora, potremmo lasciarci andare alla fitta rete di rapporti, abitudini e pettegolezzi di cui scrive Eudora Welty in Una coltre di verde. Continue reading “Verso la fine: I primi viaggi di Andy Catlett di Wendell Berry”

In Libreria: marzo 2018

Una selezione di pubblicazioni interessanti del mese. Si tratta di un modo per tenere traccia di titoli che per me rivestono un certo interesse e che potrebbero finire dritti in wishlist. Sono scelte personali che, per ovvi motivi di spazio, non potranno restituire una visuale completa sulle pubblicazioni e la miriade di case editrici esistenti. Cercherò di mantenere una certa varietà nelle scelte che, spero, sapranno plasmarsi e imparare nuove sfumature di gusto. Capirete che l’uscita dei titoli può essere soggetta a ritardi e altre difficoltà, lacune che potrete colmare voi con segnalazioni e suggerimenti.

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Preferirei correre ma non posso camminare: Anni luce di Andrea Pomella

andrea pomella-anni luce

Avevamo ballato su una spiaggia poco distante dalle tende. Era abbracciata da scogli neri e terminava con l’unico bar nel giro di chilometri di pineta. Le persone del posto ci avevano conosciuto come un miraggio di fine estate prima di tornare nelle loro conchiglie, creature mitologiche delle località marine la cui esistenza invernale poteva figurarsi solo come lungo letargo. L’alcol ci aiutava a parlare con loro, ma finivamo per riunirci, noi conoscenti, attorno ai falò. Era la prima vacanza, era la prima vera libertà e mi sembrava giusto celebrarla così: corse nel bosco, ricerca ossessiva, incontri in tenda. Nelle mie orecchie c’era Eddie Vedder che graffiava: I don’t want to take what you can give/ I would rather starve than eat your bread/ I would rather run but I can’t walk/ Guess I’ll lay alone just like before. Erano gli anni delle prese di distanza da un mondo adulto a noi sconosciuto e da sempre ricordo di aver assicurato una fetta di solitudine insieme alla consapevolezza che tutto sarebbe finito e che dovevo divorare il più possibile. Non mi interessava quanto i Pearl Jam avessero segnato un’epoca, non volevo sapere che qualcuno ne conosceva a memoria la storia, o scimmiottava le loro movenze, perché mi bastava indossarli per la mia di storia in quella corrispondenza telepatica e fuori dal tempo che si stabilisce tra musica ed esperienza.

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