Per distrarvi dalla crisi natalizia da regali o da imminenti overdose di dolci, pubblico un racconto scritto pochi mesi fa.

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L’eterno ritorno

Il paesino si adagiava lungo il fianco della montagna per poi essere inghiottito dal nero della fitta vegetazione più in alto. Il sovrano assoluto era ancora il silenzio che passeggiava lungo le stradine interne, accompagnato dalla luce giallastra dei lampioni.

La quiete era destinata a non durare di fronte alla fiumana di bambini che si sarebbero riversati nei vicoli, fieri nei loro spaventosi abiti, muniti di buste per racimolare un gustoso bottino, consapevoli di dover passare una notte insonne per non confessare alla madre di aver mangiato più dolci del dovuto.

Mi strinsi nel cappotto, distratto da quei pensieri, nel tentativo di schivare una frustata del vento che portava via con sé le foglie, avanzi giallastri e rinsecchiti di un’estate ormai conclusa, destinati ad essere maciullati da mulinelli agli angoli delle strade.

Sentivo che quella era l’atmosfera adatta alla notte di Halloween, un po’ come quando si desidera vedere la neve cadere proprio alla vigilia di Natale.

Chinai il capo come a voler creare una corazza invalicabile contro il freddo e mi ritrovai ad osservare l’andamento dei miei passi e, ascoltando il loro suono cadenzato, realizzai di averli già percorsi. Era come quando si è su un spiaggia e voltandosi si osservano le orme lasciate sulla battigia. Fu una strana sensazione, non solo perché non mi trovavo su una spiaggia e stavo palesemente camminando sul marciapiede, ma anche perché avevo l’impressione che se mi fossi voltato avrei trovato le impronte dei passi impressi nel cemento. Giustificai il dubbio con l’osservazione che ogni giorno percorrevo quella strada, che dal campus del college portava al paesino.

Eppure mi persi nell’inquietante idea di rivivere la vita all’infinito, nell’importanza dei singoli attimi e non del loro insieme, nel fare e ripetere sbagli, nell’essere intrappolati in se stessi e in un destino precostituito, ma a noi estraneo e nocivo. Allontanai da me quel pensiero e mi concentrai su ciò che mi aspettava quella sera.

Avrei sollevato il velo di invisibilità che gravava su di me sin dalle superiori, lasciandomi alle spalle il soprannome di “disadattato sociale”, come mi avevano dottamente rinominato all’università, per distinguerlo dal canonico “sfigato”. Avevo incarnato il protagonista delle tipiche commedie americane, ma la vita reale era tutta un’altra cosa: nei film l’emarginato riusciva ad entrare nella cerchia dei privilegiati, seppur abbandonando idee e stile di vita, per poi tornare in sé nel lieto fine, con una nuova identità e la rinnovata spinta verso l’anticonformismo.

Essere l’eroe non era mai stato il mio ruolo, era una battaglia troppo grande da portare avanti che passava per la solitudine e il fallimento, così mi accontentavo di elemosinare un misero pezzo di fama.

Stasera sarei entrato nella confraternita Zeta Beta Kappa insieme ad altri tre ragazzi. La confraternita non era la più popolare del campus ma, per le poche matricole che ne facevano richiesta, poteva costituire l’inizio della scalata verso confraternite maggiori. L’unica condizione era di dover essere ammessi nella cerchia attraverso un rito di iniziazione.

Di norma nessuno poteva rivelare cosa avveniva in queste occasioni, tuttavia molti studenti membri mi avevano tranquillizzato a proposito, liquidandomi con un disinteressato: “Non preoccuparti, il mattino dopo avrai solo capelli unti, broncopolmonite e non ricorderai assolutamente niente”.

Nel frattempo ero giunto nel posto stabilito: la chiesa si trovava nel punto più alto del paese per far sentire ad ogni ora la sua presenza, sia sonora che spirituale. Attesi pochi minuti, poi da un vicolo secondario sbucarono Dean, Erick e Michael, i famosi detentori del potere dello Zeta Beta Kappa. Erick procedeva in testa conducendo gli altri due che, nella loro andatura dinoccolata, sembravano gli scagnozzi che avrebbero eseguito qualsiasi lavoro sporco al posto suo.

Tenevo a bada la mia agitazione con la diffidenza e la volontà di non far notare la mia palese ansia. In quel momento le parole “rito di iniziazione” mi risultavano più serie del solito.

 

 

 

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