La luna sembra sghignazzare sotto una maschera di nuvole che le lascia liberi due minuscoli occhi pallidi e lucenti, mentre la bocca è un sorriso grigio e sbavato in una smorfia.

Il vento freddo spazza il pensiero di te dalla mia mente. Eppure ti desidero. Desidero illudermi della tua confortante presenza per non sentirmi così nudo, bramo le tue attenzioni per essere chiunque altro, eccetto l’uomo che ha perso la testa per te.

Chiudo gli occhi, una pressione leggera e decisa ed esprimo il desiderio che tu avvererai: vorrei un’altra vita!

Braccia invisibili mi cingono nel tuo caloroso grembo, infondendomi improvvise esplosioni di piacere. Le sento propagarsi in me, come cerchi concentrici che si espandono dopo il tonfo di una pietra che ha spezzato l’irreale equilibrio dell’acqua.

Illudendomi credo di possederti, di domarti, invece i fili invisibili delle tue mani muovono i miei arti inermi. Sei tu che conduci le regole del gioco.

I muscoli contratti, dopo la piacevole tensione, si rilassano portati via da un sapore amaro tra delusione e desiderio. Mi lasci fare i primi passi incerti come un neonato che si avvia alla scoperta del nuovo mondo.

Apro gli occhi per avere la conferma che hai di nuovo operato ciò che solo tu riesci a fare: sfocare i contorni di questo mondo, renderli tanto ovattati da sembrare innocui, come  barriere di gomma su cui sbattere senza farsi del male.

Mi hai reso una roccia massiccia e resistente contro la cascata di preoccupazioni quotidiane, illusioni e delusioni che scivolano su di me nonostante la pressione incessante. Il mondo non fa più così paura.

L’immagine della luna denudata dalle nuvole viene riflessa in una pozza di acqua stagnante, a pochi metri da me. La raggiungo per poter finalmente esplorare il mio nuovo corpo, rigenerato da un senso di benessere.

L’acqua nera mostra un corpo smilzo, all’apparenza denutrito, forse prosciugato da questo mondo che ne succhia la linfa vitale. Nonostante quelle braccia scheletriche, sento una forza inaudita che dal profondo mi scuote e mi infonde energia, insieme alla convinzione di poter risolvere tutti problemi che mi affliggono.

Osservo le esili spalle, le percorro con le dita: sono abbastanza robuste da poter sorreggere lo sguardo deluso di mio padre, l’unico che ha contribuito a rendere più facile la mia scelta.

Gli lascio credere di essere un fantoccio sotto il suo controllo, da poter mostrare pavoneggiandosi ai colleghi, cibandosi dei miei successi.

Forse la schiena prima o poi si spezzerà sotto il suo ego e la superbia, mai trasformati in affetto e gratitudine.

Mentre rido, compiaciuto all’immagine dell’espressione di mio padre vedendomi in questo stato, inizio a capire che stai per lasciarmi anche stasera. I tuoi ordini, sussurrati al mio orecchio, si affievoliscono fino a sparire e a lasciarmi senza una guida.

Il sogno si sgretola, il tempo che hai fermato riprende la sua frenetica corsa, mentre vengo scosso da brividi in tutto il corpo.

Il respiro si fa pesante, il cuore è ormai un tamburo che sta rallentando il ritmo, gli occhi non fanno vedere altro che buio.

 

Ti chiamano eroina, ma non so se salvi le vita o spazzi via quella di chi non è degno.

Sei cibo per vigliacchi?

Tu, crudele, continui a cibarti delle loro interiora, ne smorzi il respiro, ne rallenti i battiti, li illudi proponendoti come colei che è in grado di salvarli dal baratro profondo. Forse vuoi far provare loro il fondo per poi lasciarli risalire.

E’ possibile risalire con te che spingi verso il fondo?

 

Con mio padre bastava parlare.

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