La superficie di legno esalava calore dopo un’altra afosa giornata. Sembrava incredibile quanto il sole potesse penetrare nelle cose ed infondergli il suo calore, quasi a voler conferire loro le caratteristiche riservate ai viventi.

Non era altro che un’illusione: presto il colore rossastro del tramonto avrebbe inciampato nel buio del mare profondo, lasciando il posto alla pallida luna che già aveva fatto la sua comparsa e che avrebbe ridato alle cose la loro freddezza.

Il calore era penetrato anche in lui, su quel tavolo di legno come se, da cosa inanimata, potesse prendere vita.

Nonostante tutto si sentiva vuoto e scarno, ma il pallido freddo che lo colorava suscitava in lei un moto di tenerezza. Si scrutavano da lontano, anonime ombre celate dal buio che avanzava. Il timore era quello di soffrire ancora, in quel gioco chiamato amore, che può paradossalmente trasformarsi nell’altra faccia della medaglia. Ma l’amore è semplicemente questo: rischiare e accettare entrambe le facce della medaglia.

A notte inoltrata i grilli cercavano di conquistare le amate con il loro canto, mentre lei ne approfittava per lanciarsi in una danza seguendo quel ritmo naturale.

Ella gli si abbandonava, mentre lui la accoglieva freddo, incerto se riempirsi di lei e lasciarsi coinvolgere dal suo movimento.

La luna, ancora alta in cielo, faceva loro da sfondo, forse arresa all’idea che per quella notte il freddo non avrebbe dominato sui due amanti.

Il suo viso le sfuggiva mentre tentava di portare luce in lui ed invadere ogni suo angolo nascosto. Danzare su di lui non significava altro che imprimervi una traccia, che sperava fosse indelebile.

Lui ammirava le sue curve, la forma snella, e danzava con lei, lasciandosi iniettare un lento e dolce veleno da un invisibile aculeo.

I loro fugaci contatti sembravano non saziarli, si attraevano e si respingevano per ritrovare fiato e idee.

Il suo volto cinereo era solo un ricordo, in quel momento era colmo di lei e della sua linfa. Accoglieva l’abbandono fiducioso dell’amante, fondendosi con l’ambiente circostante, come se la dolcezza dell’atto trapassasse lo stesso tavolo, per poi cadere sulla sabbia e scoprirsi come la riva del mare: in grado di alterare le impronte lasciate, spazzate via dalle onde che renderanno la battigia una tabula rasa su cui poter scrivere una nuova storia.

Eppure quella volta era diverso, neanche l’acqua del mare nel suo moto insistente poteva cancellare quelle tracce, bensì cementarle.

Il vuoto della sua identità era stato colmato dall’inchiostro che si è riversato su di lui. Non era più un anonimo foglio, ma l’amante, il complice, il compagno, un’immensa tavola dove lei poteva scrivere di sé e di loro.

Stavano componendo un romanzo? Una storia lunga, piena di colpi di scena, ma emozionante anche nella sua staticità.

O una poesia? Dove l’incastro perfetto tra le parole è favorito da un’attenta scelta, fondato sulla brevità e sull’incisività.

Oppure era semplicemente un racconto? Che prende il lettore d’improvviso, nel bel mezzo di un climax per poi condurlo in poche pagine alla conclusione.

Lo scrittore poggiò la penna sul tavolo e lo fece con cautela, per non infrangere l’equilibrio della natura che gli stava regalando una splendida alba sul mare. Guardò lo strumento e se ne compiacque.

Aveva creato una nuova storia d’amore tra una penna e un foglio e li aveva visti volteggiare tutta la notte alla luce di una misera lampada.   

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