Il libro

Una volta concluso di leggere Il nome della rosa, oltre alla piacevole sensazione che solo la lettura di un buon libro può lasciare, rimane in fondo alla nostra mente un interrogativo: “Cosa significa il titolo?”. Chi non conosce la trama, non riesce a immaginare di cosa tratti il romanzo (a meno che non colleghi la rosa al sentimento amoroso e quindi pensi ad un romanzo rosa). Tuttavia, chi è a conoscenza della trama, con un titolo del genere, ne è incuriosito.

Nelle Postille, pubblicate tre anni dopo l’uscita del romanzo, Umberto Eco condivide con il lettore il lavoro che c’è stato dietro la stesura del manoscritto. Prima della spiegazione del titolo Eco precisa che “un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni”. Si soffermerà comunque a spiegare come è arrivato alla scelta finale. Il titolo originariamente doveva essere L’Abbazia del delitto, altra possibilità era Adso da Melk, ma erano fin troppo “banali” in quanto, il primo avrebbe fatto concentrare il lettore esclusivamente sulla “trama poliziesca”, mentre il secondo era un titolo “molto neutro”. Lo scrittore spiega che Il nome della rosa spuntò per caso, essendo affascinato dalla perdita di univocità del significato del termine rosa, che ha assunto i più disparati sensi. L’enigma del titolo, lasciato di fatto aperto a libere interpretazioni, è solo l’inizio del fascino esercitato da questo romanzo.

La vicenda si svolge nell’anno 1327, dove il monaco francescano Guglielmo da Baskerville e il suo aiutante Adso da Melk, novizio benedettino, giungono ad un’abbazia situata nell’Italia settentrionale. Qui l’abate è alquanto allarmato dalla misteriosa morte di un giovane frate, Adelmo, ed incarica Guglielmo di indagare. Questo non sarà altro che l’inizio di una serie di insolite vicende che si susseguiranno nel giro di 7 giorni. La missione di Guglielmo sarà anche quella di partecipare
Voce narrante è un Adso ormai anziano che ha deciso di ricordare e mettere per iscritto un’avventura vissuta quando era novizio. La finzione storica viene mantenuta dall’inizio alla fine, mentre il tempo è scandito dai momenti della vita monastica. La prima considerazione da fare è che la narrazione procede lentamente e, quelli che sono 7 giorni, finiscono per perdere ogni valenza temporale. Infatti, dopo i primi capitoli sembra di conoscere a fondo i due protagonisti e ci si immerge con loro nell’indagine.ad un incontro tra francescani, che appoggiano l’imperatore Ludovico, e delegati del papa.

Il metodo investigativo di Guglielmo da Baskerville, nonché il suo essere perspicace ed acuto, ci ricorda Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle a cui lo scrittore italiano avrà voluto fare un tributo (basti pensare a Il mastino dei Baskerville ); in modo analogo in Adso si può vedere Watson, aiutante del più famoso investigatore inglese.

Quello che Umberto Eco ci pone davanti non è il giallo puro e semplice, ma una commistione di generi (giallo, filosofico) che faranno tutti capo al romanzo storico. L’epoca storica in cui si svolge la vicenda farà non solo da sfondo, ma confonderà il lettore per le sue continue interferenze con la vicenda: è la difficile situazione della Chiesa di quel tempo, divisa a causa delle sue ingiuste ricchezze e per il nascere di movimenti religiosi minori ed eretici. Lo stesso Eco ha affermato che, per riportare tale realtà storica, ma soprattutto linguistica, ha effettuato ricerche su manoscritti medievali per carpirne il modo di scrivere.

A mio parere il faticoso lavoro lo ha certamente ripagato con uno straordinario risultato, che ha riscosso e continua a riscuotere grande successo.

Il film

La trasposizione cinematografica de Il nome della rosa, ad opera di Jean-Jacques Annaud, non è stata altrettanto coinvolgente. Il grande schermo ha pagato la mancanza dei lunghi dialoghi e riflessioni presenti nel libro, impossibili da riportare al cinema. L’eliminazione di queste parti porta anche alla rimozione quelle di domande, spiegazioni, ragionamenti che portano a soluzioni, molto importanti per la risoluzione del “caso” o per precisare il contesto storico.

Più che una trasposizione cinematografica, il film trae ispirazione dal libro, limitandosi a riprendere i contorni della trama e a eliminare o stravolgere altri elementi (e personaggi) presenti nel romanzo. La difficoltà principale del film era condensare i numerosi avvenimenti di una giornata che non comprendevano esclusivamente l’indagine, ma erano intervallati nel romanzo da visioni, incontri, interrogatori o intere catene di connessioni deduttive. Il contesto storico è farraginoso, lasciato in secondo piano, mentre nel libro costituiva un argomento ricorrente e fondamentale.

Potremmo considerare il film come un supporto a visualizzare i luoghi così meticolosamente descritti dai protagonisti, che assumono spesso tratti allegorici: esempi sono l’abbazia (è situata su un’altura e avvolta dal gelido inverno) e lo scriptorium.È inevitabile dire che Sean Connery eleva la qualità del film. Reduce dal dopo-007, egli è a proprio agio nei panni di Guglielmo da Baskerville monaco investigatore, innamorato del metodo deduttivo e dei libri. Al contrario l’incertezza e l’ingenuità di Adso prendono il volto dell’allora giovane principiante Christian Slater.

In questi tempi, dove il libro è stato surclassato da nuovi media, mi sento ancora di consigliare la lettura a chi, come me, fosse ossessionato dalla voglia di cibarsi di un sapere più arduo da conquistare.

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