Nei giorni del Salone Internazionale del libro di Torino si sono sollevate molte domande (e ben poche risposte) riguardo la situazione dell’editoria. Non è una novità che da un po’ di anni a questa parte il mercato dei libri rischia un’inevitabile recessione. Come apprendo da questo articolo , Andrea Rangone, dell’Osservatorio ICT del Politecnico di Milano, calcola che il mercato dei libri ha perso circa mezzo milione di euro, in favore del mercato digitale, quello della compravendita di libri cartacei ed ebook su internet. Il dito accusatore punta sempre contro di loro: i libri digitali.

Colpa dell’editore?

Qui in Italia non abbiamo ancora sperimentato la rivoluzione portata da questi nuovi strumenti, ma se ne guardano da lontano le possibili conseguenze. Prima fra tutte lo sconvolgimento dei ruoli di autore ed editore, di come il primo può sostituirsi al secondo (basti pensare al self publishing). Lo stesso Rangone fa una previsione circa quello che sarà il mestiere dell’editore, o meglio “imprenditore” come lo chiama lui. L’avergli attribuito questo nome ci fa capire come il lavoro coinvolgerà principalmente “consumatori digitali” per cui serviranno competenze che vanno al di là del mondo editoriale e sfociano nel digitale.

Colpa dello scrittore?

Le responsabilità non sono da attribuire alla spinta di rinnovamento che gli editori dovranno essere in grado di sopportare, infatti gli scrittori sono i primi ad essere coinvolti. Il mercato dei libri è a rischio pirateria elettronica tanto quanto lo è ormai la musica. Questo stesso problema è stato sollevato da La Stampa, che ha riportato i pareri di alcuni scrittori presenti al Salone del libro. Dalle loro parole trapela un’innaturale tranquillità: Niccolò Ammanniti si chiude dietro la giustificazione del non saper fare nessun altro mestiere se non quello di scrittore, riponendo fiducia nei lettori fidati che un buon scrittore guadagna durante la sua carriera; Simone Lenzi (che ha scritto La generazione edito da Dalai) teme la comparsa sul mercato di libri di qualità sempre più scarsa. Probabilmente questa situazione si è già verificata ed è destinata ad aumentare. Dal Diario del Web scopro che il presidente dell’Associazione Italiana Editori, Marco Polillo, lamenta la mancanza di best-seller da milioni di copie. Non ha tutti i torti.

Allora? Si può sapere di chi è la colpa

Se vi aspettavate una risposta da questo post mi dispiace deludervi. In realtà se dovessi plasmare la forma del pezzo appena scritto gli conferirei quella di un enorme punto interrogativo, una domanda che non riesce a esaurirsi con le poche risposte precedentemente elencate. Se avete qualche proposta sarò ben felice di accoglierla.

In qualche modo la colpa, se di colpa si tratta, è da attribuire alla tecnologia, al costante sviluppo umano.

Non riesco a vedere i lati negativi del progresso, credo che sia piuttosto una sfida per noi tutti a fare del nostro meglio per rinnovarci a nostra volta. L’unica cosa che non possiamo negare è la necessità di circoscriverlo in norme che nuociano meno categorie possibili. E questo andrebbe fatto soprattutto in Italia, dove i lavori legati al mondo dell’editoria stanno scomparendo in favore del territorio più ampio e sfumato del “chiunque può scrivere, chiunque può diventare editore”. L’affermazione risulterebbe esatta se queste stesse persone leggessero veramente quello che viene pubblicato. So che la reazione più facile quando si trattano i problemi altrui è girare la testa dall’altra parte, ma credo che questa indifferenza possa mettere a repentaglio una cultura che si sta avviando al declino. Sto sbagliando? E quale soluzione proporreste per la decadenza dell’editoria? Ma soprattutto, siete indifferenti verso questo mondo?

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