La città esalava umidità. Sembrava un grande polmone che dalle strade e dagli stessi palazzi rilasciava un respiro caldo, simile a vapore. Mi piaceva quel clima, era fatto apposta per me.

Guardai il cielo, oggi sarebbe stata una bella giornata. Sottili strati di nuvole si stiracchiavano occupando a mano a mano tutto il cielo. Erano innocue: il loro candore quasi etereo non annunciava pioggia. Verso sera avevano formato uno strato compatto e impenetrabile, come se a decine e decine di metri sopra la città si fosse formata una cupola che la tenesse isolata dal mondo, imprigionandola in un’innaturale calura in pieno autunno. La cappa avrebbe soffocato il polmone e con lui tutti gli esseri viventi sotto di essa.

Ovunque il mondo si popolava di odori invitanti. Li sentivo soprattutto in autobus, dal signore che cercava sollievo sventolandosi con il giornale, dalla lingua accaldata di un cane e dalla sua padrona che si volta dalla parte opposta per non inspirare l’alito fetido dell’animale, dall’imbarazzo di una signora seduta nell’ultimo posto libero e sottoposta all’olezzo di un’ascella fradicia sopra la sua testa.

Con questa atmosfera era la sera giusta per una cenetta romantica con lei. Avremmo banchettato volentieri con quella signora che chiedeva l’elemosina lì all’angolo.

Scelto il luogo ideale, tutto era pronto. Avevo occupato il posto vicino la finestra, dove si poteva ammirare il panorama notturno della città. Lei arrivò in ritardo, ma ero disposto a perdonarle tutto mentre la vidi volteggiare verso di me in quel modo.

– Hai trovato un bel posticino- disse ancheggiando e guardandosi intorno. Il suo sguardo si tramutò in sorpresa quando vide il lume. Rimase a guardare la fiammella che tremolava. La cera lucida e incandescente rifletteva la luce e ne aumentava l’intensità.

Ci fu un fruscio sordo, poi le sue interiora erano sparse sul marmo e si mischiavano alla paletta.

Un attimo prima era lì, davanti a me che mi beavo della sua visione. In un battito di ali era sparita. Non ebbi neanche il tempo di reagire, di guardarmi intorno per ripulirmi dal suo sangue, da un occhio che era finito sulla mia testa o da una zampa che solleticava le mie. Prima che la paletta assassina calasse su di me, riuscii a sentire un ultimo sussurro. In un primo momento pensai a lei, alla sua voce che mi cullava nel sonno perenne, ma era piuttosto un’imprecazione strozzata:

– Zampirone di merda!-

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