AMAZONL’e-commerce ha sicuramente un nome e un simbolo dal 1995, data di fondazione di Amazon. Le aspettative di questa organizzazione con sede a Seattle non erano alte: si prevedeva un fatturato modesto, considerato che gli acquisti online non erano ancora diffusi come al giorno d’oggi. E invece c’è stato un vero e proprio boom e, con gli anni, la compagnia di commercio elettronico ha costruito il suo impero includendo nuovi servizi e funzionalità.

Anch’io poco tempo fa ho acquistato un libro e il servizio è stato impeccabile. A dir la verità tutta quell’efficienza mi aveva fatto insospettire: impossibile che non ci fosse un intoppo, una pagina del libro stropicciata o il corriere scorbutico.

Poi ho scoperto che alcune librerie inglesi, come la Kenilworth and Warwick, hanno lanciato una petizione affinché Amazon paghi le tasse in Gran Bretagna. In Australia, la Page&Pages, uno dei principali librai indipendenti, ha indetto il Kindle Amnesty, letteralmente Amnistia Kindle. Ogni terzo sabato del mese, recandosi nelle librerie Page&Pages, si potrà scambiare un Kindle con un Gift Voucher a $50. L’iniziativa nasce dalla constatazione che la lettura non sembra poi così democratica, dato che in Australia Amazon detiene il 65% del mercato degli ebook e il 75% dei reader sono Kindle, vincolando ovviamente i fruitori ad acquistare esclusivamente i prodotti offerti da Amazon.

Lo sconcerto è arrivato con la visione (in ritardo) di un servizio su Report, diretto da Milena Gabanelli su Rai3. Le interviste di Giovanna Boursier rivelano un contesto ambiguo che, neanche ai vertici, trova spiegazioni. I dialoghi ruotano (e si concludono) attorno alla stessa domanda: “Quante compravendite fate qua in un anno, che giro di affari c’è sul territorio italiano?”

Persino il nostrano vicepresidente Diego Piacentini afferma di non fornire i dati paese per paese per non informare la concorrenza. La Bournier si reca nel magazzino di Amazon a Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, “grande come 6-8 campi da calcio” ma anche qui l’amministratore delegato Amazon Italia Logistica non può esprimersi sul “patrimonio merceologico”, tutto italiano. È anche vero che l’apertura di alcune sedi in Italia ha favorito la creazione di nuovi posti di lavoro e bisogna precisare che i dipendenti sono tutti assunti da Amazon Italia.

Tuttavia il magazzino, come anche la corporate a Milano, risultano proprietà di Amazon Eu Sarl, la sede di Lussemburgo. Ancora una volta Piacentini chiarisce: “la parte in Italia come in Inghilterra è solamente una parte esecutiva di quello che accade in Lussemburgo e quello che accade in Lussemburgo” concerne “le politiche di prezzo e di distribuzione”.amazon-warehouse-2

In breve i dipendenti sono italiani, come anche le merci, ma la società dichiara che le attività sul territorio italiano sono semplici servizi, in modo da pagare le tasse in Lussemburgo.

Per darvi un’idea, pensate agli ebook: in Europa non sono considerati un libro, quindi non sono sottoposti all’Iva del 4%, ma a quella del 21%. In Lussemburgo l’Iva è al 3%.

Ha tutta l’aria di essere un paradiso fiscale…legale. Per risolvere la situazione bisognerebbe riflettere su alcuni problemi, primi fra tutti i lavoratori sui quali potrebbero ripercuotersi le conseguenze di azioni legali che potrebbero portare alla chiusura delle sedi. E poi i paesi dell’Unione Europea (che tanto unita non è) potrebbero uniformare le loro ive proprio per evitare situazioni di questo genere.

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