DFW2Se un anno fa mi avessero parlato di David Foster Wallace, forse avrei pensato a uno di quegli scrittori di nicchia da pseudo-intellettuali, di cui si parla come un degustatore di vini che si sciacqua la bocca con l’ultima annata del Montalcino ed elenca una serie di qualità incomprensibili alla maggior parte degli ascoltatori. Da quando sto leggendo Infinite Jest, ho capito che ai miei occhi tutti erano grandi “intenditori” perché tutti, almeno una volta, aveva sentito parlare di David Foster Wallace.

Morto suicida precocemente, è diventato un cult per la cultura “grunge” degli anni Novanta. Ma inscrivere la sua attività soltanto negli anni che vanno dal 1990 al 1999, sembra riduttivo. In fondo la sua scrittura continua a vivere ancora oggi. Forse ci metterò un po’ a finire Infinite Jest, che conta circa 1000 pagine, ma dal suo stile singolare comprendo che le sue ossessioni sono tutte lì.

A conferma che Wallace era una personalità brillante, mi sono imbattuta nel discorso che fece ai laureati del Keyon College nel 2005. Sin dalle prime battute non si può dire che sia il classico discorso delle cerimonie delle lauree. A colpirmi però è stata quella che mi piace definire “la parabola dell’acqua” delle prime righe.

Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?

A primo impatto ci si rende conto che una storiella così semplice contiene il centro dell’intero discorso. Lo espliciterà in seguito, incalzando una parola dopo l’altra.

La natura umana viene messa a nudo in un modo in cui mai avevo letto in precedenza. Trattandosi della vita dell’uomo in generale, ho applicato questo aneddoto all’attività che sento più vicina e che vedo più lontana: la scrittura. Di solito lo scrittore è un personaggio senza autore, o meglio, è un personaggio in cerca di personaggi. È uno spettatore della realtà in grado di calarsi nelle vite altrui.

Quante volte vi è capitato di essere attirati da una persona, senza motivo? E iniziate a osservare ogni suo gesto, costruendo la sua vita attraverso il vostro immaginario. Proprio in questo modo lo scrittore riesce a essere una mente aperta, una spugna che assorbe e codifica costantemente la realtà nel suo stile.

this is water

Cosa c’entra tutto questo con Wallace?

La “configurazione di base” a cui fa riferimento nel suo discorso è la base istintuale di ogni individuo ed è la tendenza a pensare di essere “al centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista”. Così, lo scrittore è uno dei tanti pesci, è una particella insignificante di una massa, e come può definirsi “autore” se non si rende conto della più ovvia delle realtà e cioè di essere circondato da acqua? Porsi su un piedistallo non è la soluzione, lassù si è da soli e guardare dall’alto gli altri non permette di creare storie, anche dalle più semplici situazioni che s’incontrano nella vita quotidiana. Non si può altro che guardare se stessi. Lo scrittore si ripiegherà in se stesso e, in vece di porsi come interprete originale della realtà, racconterà la sua vita in un’infinita e inutile autocelebrazione narcisista. Reagire contro la propria configurazione di base, significa acquisire un senso critico verso se stessi e non solo verso il mondo. Quindi, anche se difficile, cerchiamo di scendere dal piedistallo o, almeno, di piegarci per guardare meglio.

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