editor-dissidenteAutore: Anonimo

Edizione: Et al.

Anno: 2013

Pagine: 55

Prezzo: 1,99 € 

Analisi

È questo il modo in cui finisce il libro mi ha incuriosita da quando ne ho letto un passaggio sul blog di Giovanna Cosenza. Se c’è un mondo in cui mi colloco nel futuro, dopo gli studi, è proprio quello delle case editrici, per questo ho deciso di acquistare l’ebook su Bookrepublic.

È un libro da cui trapela tanta amarezza. Chi scrive è un anonimo che ha frequentato case editrici grandi e piccole e, in poco più di 50 pagine, ci descrive l’ambiente editoriale oggi. Si concentra, in particolare, sul cuore pulsante della casa editrice, dove operano gli editor, dove i libri arrivano come metallo grezzo che andrà raffinato per poi ottenere un prodotto culturale.

Tuttavia si fa strada la consapevolezza che l’accostamento di “prodotto” e “culturale” stia diventando sempre più incompatibile e che l’accezione commerciale del primo prevalga sul secondo. L’anonimato scelto dall’autore è solo un espediente per comunicarci che lui è come una guida, una sorta di fantasma di natali passati, presenti e (si spera) non futuri. Il deterioramento dell’editoria italiana viene analizzato dall’interno, dalla redazione editoriale senza però tralasciare alcune considerazioni rivolte ai lettori. Non ci voleva questo libro per sottolineare ancora una volta che la strada presa dalle case editrici ha toccato il fondo e che queste si ostinano a scavare sempre più in basso. Credo che non vogliano essere parole al vento per la gloria personale e lo scandalo, ma un grido d’aiuto e una sveglia, da parte di chi ha impiegato la sua vita a perseguire un ideale e ha assistito lentamente al suo depauperamento.

Le case editrici oggi

Se in passato erano centri di osservazione ideali per capire se un paese fosso culturalmente attivo, oggi sono la conferma che i manager hanno preso il posto degli intellettuali e l’unica regola vigente è quella dell’arricchimento. Mentre leggevo le attività che si susseguono nella redazione di una casa editrice, mi sono venute in mente le immagini che di solito i telegiornali mandano in onda quando trattano argomenti economici e ci mostrano la borsa di Wall Street animata da uomini che in piedi, con il telefono perennemente attaccato all’orecchio, che urlano ai loro colleghi e scrutano per ore e ore tre o quattro monitor di computer dove scorrono numeri, lettere e simboli intervallati da grafici che assomigliano a un elettrocardiogramma. Questo è l’ambiente della casa editrice che m’immagino. Una giungla dove chi urla più forte ha la meglio, dove non si coopera unitamente per un obiettivo, ma le strade si percorrono singolarmente, tutti soli, senza farlo sapere a nessuno per non essere battuti sul tempo.

Non importa cosa si urla, basta dimostrare la propria “arroganza e presunzione” che vengono viste come “sicurezza e premiate”.

Nell’editoria oggi “vige il principio dell’uniformazione”. Le identità delle case editrici sono state livellate dalla ricerca forsennata dei libri che vendono. 

Il conformismo caratterizza le riunioni redazionali che sono una “farsa”. L’editor viene interpellato come un economista, che deve determinare le probabilità di vendita di un libro e, quindi, di definire l’investimento.

Le ricadute sulla cultura

Come vengono scelti i libri da pubblicare? “Si punta tutto su un titolo”, non più su collane o programmi editoriali.[…] In tal modo non si lascia sedimentare nulla, non si consente al seme gettato di germogliare”.

La ricerca forsennata di bestseller ha conseguenze sul pubblico, sugli scrittori e sulla cultura. La lettura di un libro è partecipazione attiva, richiede coinvolgimento intellettuale, ma a quanto pare questo passatempo succhia troppe energie, così al pubblico si danno in pasto libri che non hanno bisogno di grande sforzo per comprenderli, ma soddisfano l’autostima di chi si definisce lettore (di bestseller).

Cosa accade agli scrittori l’abbiamo visto pochi giorni fa con J.K.Rowling, che si è rifugiata nel confortante anonimato di uno pseudonimo, per non sentire la pressione delle aspettative. Non si può pretendere che ogni opera di uno scrittore sia un capolavoro, anche in questo mestiere si può sperimentare e sbagliare.

Che fare?

È il titolo dell’ultimo paragrafo del libro ed è una domanda che non ha interlocutori precisi, è aperta a ogni possibile soluzione. Di certo, da un po’ di anni a questa parte, a essere in crisi non sono soltanto le case editrici che non sembrano essere la priorità per rimettere in sesto l’Italia. Ma se da un punto si deve iniziare per ricostruire la cultura, questo non può essere che il mondo del libro e della scrittura. È questo il modo in cui finisce il libro ha una struttura circolare: fatte le premesse iniziali, dopo lo svolgimento che ci descrive le condizioni all’interno di una casa editrice, ritorna al nucleo del problema.

La produzione della casa editrice “influisce sulla cultura di una società, ne condiziona il gusto, ne forgia l’intelligenza”. Un buon motivo per smettere di voltare lo sguardo dall’altra parte.

  

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