La parola non passa più attraverso la mano nel momento in cui questa scrive e si muove effettivamente, ma attraverso la semplice pressione della mano, trasformata in meccanismo. La macchina da scrivere ghermisce lo scritto dal dominio reale della mano, e questo significa che la mano viene rimossa dal dominio reale della parola.

Il filosofo Martin Heidegger esprimeva così il suo pessimismo per la comparsa della macchina da scrivere cheimparare a scrivere separava il contatto della mano con la penna e con la carta, come se potesse provocare un cortocircuito tra il collegamento perfetto della mente umana e il momento della produzione artistica. Come avrebbe reagito il filosofo alla notizia dei 45 stati americani che renderanno l’insegnamento della scrittura a mano non più obbligatorio ma opzionale?

È l’ennesimo schiaffo alla tradizione o un modo per abituare gli studenti alle tecnologie fin da subito?

In sostituzione s’insegnerà a usare Word e quindi a digitare le lettere direttamente sulla tastiera. Mai più pagine di quaderni piene di esercizi di corsivo, mai più quadretti o righe, soltanto pixel. Pensiamo alle potenzialità dell’innovazione: uniformare le differenze di apprendimento tra gli studenti; rendere le lezioni interattive così da poter coinvolgere con maggiore interesse; gli insegnanti non dovranno più correggere gli incomprensibili graffiti degli alunni e non dovranno cedere ore preziose per i compiti in classe, rischiando di non terminare il programma dell’anno. Siamo sicuri che tutta questa velocità aiuti agli studenti?

Se si impara a scrivere su una tastiera si presume che in futuro si userà esclusivamente la tecnologia anche per compilare la lista della spesa.

Forse noi che abbiamo imparato a scrivere a mano non riusciamo a immaginare cosa voglia dire eliminare quel rapporto quasi intimo che si crea tra noi e la carta. In quei momenti è come se lasciassimo una traccia di noi, seppur insignificante. Forse inconsciamente ci appelliamo al latino scribere che si riferiva al tracciare dei segni con una penna appuntita sulle tavolette.

La carta diventa uno specchio che riflette, ma allo stesso tempo costruisce la nostra personalità. È un processo che richiede tempo. Va bene, magari lo schermo del computer sembra proprio uno specchio, ma guardare la lettera che compare sul foglio elettronico non vi fa sentire “artificiali”? È come se le cose fossero troppo facili, troppo veloci, ecco perché a volte ho bisogno di ristabilire il mio tempo interiore scrivendo a mano. Mi sento più “artigiana” e meno “industria”: la stessa lettera, scritta a mano, è diversa dalla precedente e non creo prodotti tutti uguali e perfetti tra loro, ma ognuno con un piccolo difetto che lo rende unico.

imparare-a-scrivere-tastieraNon posso negare che ora uso soprattutto la tastiera, ma quando devo scrivere un nuovo racconto, lo inizio a mano e poi, con le idee chiare, passo al computer. Inseguire i pensieri con la tastiera è molto più semplice che a mano, per non parlare della velocità con cui poter consultare enciclopedie e dizionari.

Tuttavia molti di noi avranno scoperto la scrittura con Word dopo anni e anni di scuola e, quindi, di scrittura a mano. Non un male ritardare l’approccio con la tastiera per il bambino che deve imparare a leggere e scrivere: lo sostengono Jean-Luc Velay e Marieke Longchamps, ricercatori del Centro Nazionale della Ricerca scientifica. Quando si scrive, a lavorare non è soltanto la nostra mano ma anche il cervello, che riprodurrebbe l’atto e allo stesso tempo sarebbe impegnato a leggere quanto scritto. Imparare a scrivere significa anche imparare a leggere.

La tecnologia fa ormai parte delle nostre vite e i bambini di oggi armeggiano già con smartphone e computer. Tuttavia proprio perché sono alle prime armi, spesso vedono questi oggetti come giochi e non possono capirne le potenzialità. Ecco perché sono favorevole a un’educazione tecnologica, che non acceleri il normale sviluppo di un essere umano e lo istruisca per un uso consapevole.

 

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