1374596686339MasterPiece_Con-SfondoDiciamo la verità: tutti aspettavamo di criticarlo. Da quando è venuta fuori la notizia di un talent show per scrittori, ne sono volate di congetture e di pregiudizi. Era così importante, lo aspettavamo così tanto che magari qualcuno, tipo me, ha dimenticato di vederlo. Ho recuperato: lo streaming di rai3 per la prima mezz’ora non offriva altro che la scritta buffering poi finalmente la profonda voce narrante mi annuncia che l’Italia è un paese di scrittori.

Siamo stanchi di sentire chi afferma tale ovvietà, ma in questo caso l’occasione è quella giusta. Dopo orde di ballerini e cantanti di Maria, cantanti con il fattore X, la televisione va in soccorso di quel mondo della scrittura ormai saturo di parole, una realtà che è sulla bocca, o meglio, nei cassetti di tutti. Un bel tentativo che pareva volesse ricordarci la missione pedagogica del mezzo televisivo che questa volta non deve insegnare agli italiani a leggere e a scrivere, ma porre un freno al secondo e favorire il primo.

La vocazione di guida degli scrittori esordienti non ha dato i risultati sperati. I limiti si posso individuare nel format e, più in generale, nella televisione. L’abilità con cui vengono montate le scene, la scelta della musica e gli interventi della voce presentatrice, contribuiscono a creare un prodotto televisivo affascinante che, tuttavia, sembra avviarsi al declino perché già largamente utilizzato per Masterchef e X-Factor. Un esempio ne sono i giudici: Giancarlo De Cataldo fa la parte del poliziotto cattivo, ma potremmo chiamarlo anche Bastianich (Gordon Ramsay se proprio vogliamo portarlo all’estremo); Andrea De Carlo è il poliziotto buono (Morgan?), Taiye Selasi paragonata a Simona Ventura (ma per le faccine dolci che fa mi è venuto in mente un coccolotto) e il coach-motivatore Massimo Coppola che non ha risparmiato commenti sinceri.

Distinguersi con un programma dedicato alla scrittura, per di più in seconda serata, era un’ardua sfida, intelligentemente dribblata grazie ai soliti calcoli non manifesti agli spettatori.

Un programma è prima di tutto costruzione d’immagini. Costruzione non presentazione. Per rendere memorabile, anche se per poco, un individuo basta caratterizzarlo fino a renderlo uno stereotipo o, se non è possibile, accorparlo agli altri grazie alle sue caratteristiche psicologiche. Questo accadeva per il Grande Fratello, ma per un talent show come Masterpiece è diverso.

Ogni partecipante ha con sé un romanzo, risultato della propria vita. Ognuno di loro si presenta con un personale bagaglio emozionale e, per fortuna, culturale (qualcuno si sente di nominare la cultura con il Grande Fratello?). È proprio qui che incontriamo un altro limite: non abbiamo idea delle opere presentate perché ce ne vengono lette poche righe e questo, unito ai commenti poco specifici dei giudici, lede la credibilità di questi ultimi e dell’intero programma facendoci sorgere la domanda: ma gli hanno letti?.

Come ho detto, la televisione è anche (soprattutto) costruzione di stereotipi ed ecco comparire quello dello scrittore. Un individuo tormentato da questioni lasciate in sospeso con se stesso, che si pone tra la ragione e la follia. E infatti c’è chi è stato in un reparto psichiatrico, l’operaia di fabbrica, l’anoressica, il masturbatore compulsivo e l’ex galeotto. Tutte etichette che dopo un giorno vengono cancellate. Le informazioni biografiche servono per soddisfare anche la fetta di pubblico ormai educata al gossip selvaggio, ma per me si potevano fermare lì. L’insistere sulle vite dei concorrenti ha fatto perdere di vista l’obiettivo principale e cioè che la scrittura non è solo un modo creativo per trascrivere la vita, ma è anche altro oltre la propria esistenza.

Di certo non si vuole negare quello che spesso sta alla base del processo creativo: prendere ispirazione da ciò che ci accade ed essere in grado di trasporlo, di plasmarlo a nostro piacimento dimostrando di avere una profonda sensibilità. Ed è proprio quello che veniva sondato dalla prima sfida che gli aspiranti scrittori hanno affrontato. Dopo l’escursione nella balera e nel centro sociale si doveva rielaborare l’esperienza e restituire uno scritto in soli 30 minuti. Quanto può essere spontaneo o creativo uno scritto fatto con un’anonima tastiera, in un luogo altrettanto anonimo e con un timer che ti ricorda quanto siano pochi 30 minuti?

Può essere considerata un’esperienza stimolante, da fare qualche volta, così per gioco, per mettersi alla prova e non un patibolo dove si crea un nuovo modo di concepire la scrittura e si vuole creare una battaglia per chi ha il carattere più telegenico. Tutto questo viene liquidato dall’amara frase di De Cataldo a cui mi rifiuto di credere: Scrivere con la pistola alla tempia è una condizione doverosa oggi per uno scrittore.

Una parte stimolante è stato il confronto con Elisabetta Sgarbi, direttore editoriale di Bompiani, che, grazie alle fattezze di  Miranda Priestly de Il diavolo veste Prada (ma che io associo a Maleficent), ha rimarcato la distanza tra il grezzo talento degli esordienti e i grandi scrittori. Quella di Lilith Di Rosa mi è sembrata un’agitata e, per questo, sincera ammissione: “Non so se sono riuscito a vendere il prodotto”. Masterpiece ci è riuscito, ma ha rivelato l’impossibilità di adeguare la scrittura ai tempi e al mondo televisivo e lasciando un velo di mistero su cosa voglia dire cimentarsi in uno scritto. Nel complesso raggiunge la sufficienza grazie ai consigli degli scrittori famosi che si susseguivano con i titoli di coda.

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