Italo Calvino, Roma, 1984. © Gianni Giansanti/Contrasto
Italo Calvino, Roma, 1984. © Gianni Giansanti/Contrasto

Quest’era dei nativi digitali, la mia era, la definirei l’era dei San Tommaso, l’era del “se non vedo non credo”. Un difetto, a volte un pregio. Dalla comparsa della televisione l’immediatezza dell’immagine ha prevalso sulla parola fino ad arrivare all’esplosione dei social network, ormai diventati, nella loro accezione estrema, pura esibizione d’identità ritoccate (nelle parole e nelle foto).

Ho trovato una giustificazione della mia avversione per le foto nel pensiero che Roland Barthes ha elegantemente espresso ne La camera chiara. Nota sulla fotografia:

Non appena io mi sento guardato dall’obiettivo, tutto cambia: mi metto in atteggiamento di «posa», mi fabbrico istantaneamente un altro corpo, mi trasformo anticipatamente in immagine. Questa trasformazione è attiva: io sento che la Fotografia crea o mortifica a suo piacimento il mio corpo […]

Io vorrei insomma che la mia immagine mobile, sballottata secondo le situazioni, le epoche, fra migliaia di foto mutevoli, coincidesse sempre col mio «io».

Sto cercando di nobilitare e giustificare tutte le mie linguacce, le mie facce deformate che compaiono spontaneamente davanti all’obiettivo. È un’autodifesa: nascondere le mie normali espressioni per dire che oltre quell’immagine c’è altro.

Ma per gli scrittori no. Ormai mostrare la propria immagine è diventato uno dei punti fondamentali del marketing. In questo caso Masterpiece ci insegna qualcosa. L’opera e l’autore sono fortemente correlati, sono in simbiosi in una sorta di autobiografia romanzata. Almeno dalle prime puntate, ci vengono presentati tutti volti e caratteri plasmati sui romanzi presentati, o viceversa.

Devo ammetterlo, cado anche io nella trappola dell’idealizzazione e così mentre leggo Infinite Jest immagino la sensibilità malcelata dall’atarassia di Wallace, o l’ordinaria timidezza di Lovecraft in grado di partorire mondi impossibili e tanti altri. Il lettore si trasforma in una groupie che oltre alle parole vuole sempre di più, vuole immagini in cui poter ritrovare l’idea che si è fatto dell’autore.

Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi È uscito Scrittori. Grandi autori visti da grandi fotografi (Contrasto, 2013) libro curato da Goffredo Fofi che raccoglie circa 250 fotografie di scrittori, accompagnate da didascalie che ne ripercorrono le opere più importanti e le circostanze in cu sono state scattate. È la dimostrazione di come fotografi altrettanto celebri, hanno cercato di coglierne l’essenza o forse di confermare l’iconografia dello scrittore: riflessivo, misterioso, riservato, ma anche esibizionista e avvolto da un’aura di dannazione.

Credo che sia impossibile ridurre lo scrittore a un’immagine stereotipata, come sia impossibile darne una precisa definizione.

Perché mi è così difficile pensare che sono tutte persone normali? Anche loro hanno giornate no, si arrabbiano senza motivo, hanno le loro fissazioni, mangiano pasta al sugo, ruttano, vanno al bagno. È quasi una violenza far coincidere la mia immaginazione con la realtà, ma è necessaria per confortarmi: solo quelli che si allontanano dalla mia comprensione umana, che hanno capacità sovrumane, che magari fanno più bella figura con l’espressione enigmatica e ingessata, possono comporre opere incredibili.

Qui alcune foto del libro.

Qui potete trovare altre strane foto dei vostri autori preferiti.

  

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