Ritorno-al-futuro“Doc!”  “La Delorean!” Due esclamazioni che ci riportano indietro nel futuro. Tra i pregi di Italia 1 c’è quello di aver mandato in onda, in un loop infinito, alcuni film. Prendete Mamma ho perso l’aereo che fino a pochi anni fa era il film natalizio per eccellenza, per poi cedere il posto a Una poltrona per due. Che Natale sarebbe senza Una poltrona per due? Film che paradossalmente non ho mai visto fino alla fine. Nel disco incagliato della programmazione Mediaset capita anche Ritorno al futuro, pellicola che mi ha affascinato sin da piccola sia per l’ironia dei protagonisti sia per tutto l’apparato fantascientifico.

A quanto pare tra noi ci sarebbero dei McFly, individui che si dilettano con i viaggi nel tempo. Lo dicono Robert J Nemiroff e Teresa Wilson due ricercatori del dipartimento di Fisica del Michigan Technological University. Searching the Internet for evidence of time travelers il nome dell’indagine che ha focalizzato l’attenzione su motori di ricerca come Google e Bing, o sui post di Facebook, Google Plus e Twitter, al fine di individuare parole che si riferivano ad eventi non ancora accaduti.

Due esempi proposti sono “Comet ISON” e “Pope Francis”. Nel primo caso si tratta della cometa ISON, scoperta nel 2012, che si è fatta strada nel lessico del popolo di Internet nell’arco di tempo preso in considerazione.

Anche la stringa “Pope Francis”, Papa Francesco, non può essere confusa con qualcos’altro, perché Bergoglio è stato il primo papa ad aver scelto il nome di Francesco. I ricercatori hanno fatto ricorso anche agli hashtag e ai trend di Google, ma non hanno scoperto nessun viaggiatore nel tempo. Ancora più interessanti sono le osservazioni del TIME:

  1. I viaggiatori del tempo utilizzeranno ancora i social network e soprattutto quali? Cambierà il modo di utilizzare Internet?
  2. I viaggiatori del tempo non hanno il tempo di usare i social network perché saranno troppo occupati ad affrontare la fine del mondo
  3. Se ci fossero davvero viaggiatori nel tempo non avrebbero potuto sottolineare la loro presenza in maniera più eclatante?
  4. Anche se decidessero di usare i social network chi vi ha detto che non li usino per conquistare l‘ex fidanzata e fregarsene altamente del papa.

giornalismo-onlineAl di là dell’ironia, l’indagine è stata portata avanti con un serio intento, ma si basa su criteri fin troppo casuali. Nell’attesa di scovare McFly e la sua Delorean, ci accontentiamo di prevedere il futuro che a volte si rivela più divertente che tornare indietro nel tempo. Così ha fatto Linkiesta immaginando i possibili sviluppi del giornalismo.

La pubblicità, principale fonte di finanziamento dei giornali, migra su altri formati e piattaforme, anche se non ottiene la visibilità sperata.

Il web e la carta proseguono su binari paralleli, destinanti di questo passo a non incontrarsi mai, a causa delle differenze dell’offerta e dei contenuti proposti.

Sotto la lente di ingrandimento c’è anche Jeff Bezos che ha acquistato il Washington Post e promette di innovare anche il campo del giornalismo, a iniziare da Topicly un’informazione che passa prima di tutto attraverso le immagini. Il padre di Amazon è sempre al passo con i tempi, infatti, come dimostrano alcuni rapporti sul giornalismo, l’obiettivo a cui puntare è una comunicazione attraverso la narrazione per immagini, simile a quella televisiva, ma più interattiva.

Questo dimostra il successo di un sito come Buzzfeed, un’idea di Jonas Pedretti, cofondatore dell’Huffington Post, che alla nascita condivideva immagini virali e ora promuove un’informazione prettamente visual.

Tuttavia, ogni giorno ci rendiamo conto delle sfaccettature dell’informazione, lo dimostra il numero di blog nati quotidianamente, i canali youtube, i siti Internet, le pagine sui social network. Insomma si tratta di un universo in espansione che in realtà è destinato a implodere. Il navigatore-lettore non potrà mai leggere tutto e così, al posto del sovraccarico di informazioni, preferisce i 140 caratteri di Twitter. Tutto si risolve come ha fatto notare Antonio Scurati in un articolo contro la politica dei bestseller delle case editrici, al “cazzeggio” con lo smartphone.

Dov’è finita la volontà di distinguersi con contenuti qualitativamente validi nell’era del copia e incolla?

Domanda scontata e retorica che rivolgo a me stessa ogni qual volta abbandono la lettura di un articolo a metà, o mi spazientisco se il giornalista non arriva subito al punto.

giornaliE’ colpa mia com’è colpa del giornalista.

Dalla comparsa di Internet il giornale ha iniziato ad essere un commento alle notizie, ma ora si abbassa anche la qualità di quest’ultimo. Non funzionerebbero neanche articoli come A sangue freddo di Truman Capote, il racconto del massacro di due assassini, giustiziati dopo un processo di sei anni, costruito per far entrare il lettore nella narrazione ed essere testimone dei fatti.

Al giornalista ho guardato sempre con diffidenza, mi preoccupa la freddezza, anche se riconosco che è proprio la lucidità che gli permette di affrontare le più svariate situazioni. Eppure anche da questa freddezza sono nate penne eccellenti. Vorrei concludere il post con l’incipit di alcuni articoli che ricordo avendoli letti una sola volta.

Oriana Fallaci, La rabbia e l’orgoglio (Corriere della Sera, 29 settembre 2001):

Erano le 9 e un quarto, ora. E non chiedermi che cosa ho provato durante quei quindici minuti. Non lo so, non lo ricordo. Ero un pezzo di ghiaccio. Anche il mio cervello era ghiaccio. Non ricordo nemmeno se certe cose le ho viste sulla prima torre o sulla seconda. La gente che per non morire bruciata viva si buttava dalle finestre degli ottantesimi o novantesimi piani, ad esempio. Rompevano i vetri delle finestre, le scavalcavano, si buttavano giù come ci si butta da un aereo avendo addosso il paracadute, e venivano giù così lentamente. Agitando le gambe e le braccia, nuotando nell’ aria. Sì, sembravano nuotare nell’ aria. E non arrivavano mai.

Miriam Mafai, Andate in via Caetani c’è una Renault rossa (la Repubblica, 10 maggio 1978):

Questo fagotto gettato dietro il sedile posteriore della Renault color amaranto parcheggiata in via Caetani è il corpo di Aldo Moro. È un fagotto informe, avvolto in una coperta di lana color cammello, con un bordo di raso, una coperta come ce ne sono in tutte le nostre case. Il sedile è leggermente inclinato verso l ‘ avanti. La macchina ha gli sportelli aperti. […] È una vecchia macchina , impolverata , maltenuta , la vernice della carrozzeria in qualche punto è scrostata .

Indro Montanelli, Così ho visto la battaglia di Budapest ( Corriere della Sera, 13 novembre 1956):

Questa è la storia della battaglia di Budapest e il lettore ci perdoni se la riferiamo con tanto ritardo. Mentre la combattevano, i russi ci tolsero il mezzo per raccontarla; e, in fondo, non ci resta che ringraziarli per averci tolto solo questo. È una storia parziale, naturalmente, come del resto lo sono tutte le storie. Non abbiamo che due occhi, e siamo stati costretti a servircene con parsimonia, usandone uno per osservare ciò che succedeva a Budapest, e l’ altro per sorvegliare che non succedesse altrettanto a noi. Tenete a mente che nessuno ha visto tutto. Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco.

Non posso far altro che includere il declino dei giornali nel declino della lettura in Italia e spero nell’arrivo di un viaggiatore del tempo che possa farci aprire gli occhi.Concludo l’articolo con la speranza dell’arrivo di un viaggiatore del tempo,    

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