No, non sto parlando di clienti che entrano in libreria, si sdraianojulia-roberts-hugh-grant-1 su un lettino di libri e raccontano tutto ai librai “a partire dall’età di sei anni”.

Mi riferisco a quel rapporto platonico che si stabilisce tra il libraio e i suoi clienti. Entrati in libreria diventiamo dei soggetti psicologici, dei casi clinici che il libraio (quello serio) decide di occuparsi. Poche volte, quando sono in libreria, mi sono trovata a guardarmi dalla prospettiva del libraio. Forse perché, soprattutto nelle librerie di catena, li ho sempre visti come commessi il cui lavoro non ha niente a che fare con i rapporti umani se non nel mostrare cordialità e disponibilità.

Psicoanalisi per i librai. Le cinque regole auree per far felici i lettori un articolo uscito ieri su l’Unità, raccoglie le osservazioni dello psicoanalista Stefano Bolognini.

Ci sono due tipi di libreria: “quella – di solito più grande – in cui il cliente si aggira tra i banchi e gli scaffali in relativa autonomia” e si rivolge ai librai con un titolo già in mente, e “quella più intima” dove il cliente chiede informazione al venditore perché non sa ancora che romanzo sta cercando.

Eppure ci sono anche vari tipi di clienti: il “narcisista”, “gli uomini e le donne che non devono chiedere mai” perché così orgogliosi da non voler ammettere la loro incompetenza o perché non si fidano a priori dei consigli del libraio; poi ci sono quelli che non sanno ancora cosa vogliono, ma sanno di essere alla ricerca di qualcosa.

Credo di far parte del primo gruppo, non perché sia narcisista (orgogliosa sì, narcisista proprio no), ma perché rivolgersi al libraio per me implica un rapporto di fiducia: descrivendo cosa voglio è come se offrissi un pezzo di me a un estraneo.

E ora capisco perché Bolognini investe il libraio di un compito tra lo spirituale e lo psicoanalitico. Non è un semplice commesso, come le persone che entrano in libreria non sono semplici clienti. Sono tipi umani alla ricerca di qualcosa che solo il libro e la parola scritta possono soddisfare. Una “fame”, come la definisce Bolognini, che si realizza nell’atto di «prendere dentro di sé», interiorizzare astrazioni.

Ed è per questo che lo psicoanalista sente di poter dare 5 consigli ai librai:

  1. Il libraio deve capire se la richiesta di aiuto è fatta con fastidio olibri gradimento;
  2. “Dare valore alla personalizzazione della richiesta”. La libreria non può essere ridotta alla stregua di un negozio di vestiti o un mercato. Certo, ci sono molti prodotti uguali tra loro, ma questo non è detto che lo siano anche i clienti. Non bisogna classificarli secondo categorie standard a cui sono assegnati determinati titoli. Si deve lasciar parlare il lettore per conoscerlo almeno un po’;
  3. Dal punto precedente ne segue che il consigliare un libro è una faccenda molto più complessa di quanto si pensi. Bisogna avere una buona dose di empatia e grandi capacità d’intuizione per dipingere il ritratto, seppur parziale, del cliente-lettore. “Il libraio somministra qualcosa che può avere gli effetti trasformativi di un farmaco”.
  4. “La dimensione Timeless”. Entrare in una libreria è entrare in un’altra dimensione, dove la frenesia lascia il posto alla curiosità.
  5. “L’importanza della dedica”. In realtà, non ho capito perché questo compito viene incluso tra quelli del libraio.

Dall’analisi proposta da Bolognini capiamo che, nonostante l’acquisto sempre più frequente dei libri su Internet, le librerie restano un luogo d’incontro molto importante. Insomma non si perde ancora la volontà d’incontro/scontro, di confronto tra personalità e di recuperare tutti quei rapporti andati persi con l’acquisto online.

Tuttavia, la convinzione di poter scegliere le proprie letture, narcisisti e non, è la risposta alla delusione per la figura del libraio.

Siete d’accordo con i consigli dello psicoanalista? Che consigliereste voi ai librai? 

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