GentlemenParte oggi, con cadenza settimanale, Sagra Horror, la rubrica dedicata al cinema horror. I giudizi espressi nelle recensioni, che cercherò di pubblicare ogni settimana, devono essere considerati come i pensieri della sottoscritta e, per questo, sarò ben felice di accogliere consigli, correzioni o semplicemente uno scambio d’idee.

C’è una definizione precisa del genere horror? Ci sono dei canoni da seguire? E chi li ha stabiliti? Le domande potrebbero continuare perché in realtà la parola “horror” risulta vaga.

Conscia di ciò, cercherò, o meglio, cercheremo insieme di ripercorrere la storia del genere al cinema, dalle origini fino ad oggi. È un percorso che mi ha fatto scoprire quanto il mondo dell’horror non rappresenti soltanto una realtà distorta, a noi estranea, ma spesso è aderente a essa e propone spunti di riflessione sfuggiti agli occhi dello spettatore.

Non si può parlare di cinema horror senza riferirsi alle radici da cui prese ispirazione: la letteratura gotica. Nata e sviluppatasi a partire dal tardo Settecento, ebbe come precursore Horace Walpole con Il castello di Otranto (1764), romanzo gotico composto come se fosse la traduzione di un manoscritto italiano risalente alla Puglia del Medioevo. Grazie all’opera l’autore definì l’ambientazione dell’orrore per eccellenza: il castello.

Seguiranno le creature della notte, spesso riprese e rielaborate dal folklore popolare. John Polidori compose Il Vampiro (1819) e si ritrovò a scrivere negli stessi anni in cui visse Mary Shelley, madre di Frankenstein. Ecco spiegato uno dei motivi per cui il Dracula (1897) di Bram Stoker non ottenne grande successo alla sua uscita. Esempi meno noti ma altrettanto importanti sono Charlotte Dacre, Ann Radcliffe (famosa per Romanzo siciliano (1790), I misteri di Udolpho (1794)) e Matthew Gregory Lewis (Il monaco, 1796) che proseguirono la tradizione gotica durante l’Ottocento. Più tardi, a rivoluzionare il genere con elementi fantastici e suggestioni psicologiche ci penseranno Edgar Allan Poe, Robert Louis Stevenson, Arthur Conan Doyle e H.P. Lovecraft.

Evidentemente il fiorire della letteratura gotica e il suo prosperare sono anche il segno di una società che cambia velocemente. L’elettricità, lo sviluppo della medicina, quello dei trasporti, il telegrafo sono solo alcune delle innovazioni della seconda rivoluzione industriale che ebbe come centro pulsante Parigi. E proprio qui, il 28 dicembre del 1895, i fratelli Lumière presentarono il cinematografo.

Credo che quando si parla di storia sia inutile ricordare le date (questo non vuol dire ignorare il secolo, il periodo in cui, per esempio, avvenne la rivoluzione francese). In questo caso, in particolare, il cinematografo è il punto di arrivo di una serie di tentativi passati, primo fra tutti la lanterna magica (alcune immagini dipinte su un vetro in una scatola chiusa, venivano proiettate sulla parete di una stanza buia grazie a una fonte luminosa al suo interno), o il Kinetoscopio di Edison (la proiezione di una sorta di film avveniva singolarmente). Da questo momento in poi il cinema affronterà la lunga scalata per conquistare spazio all’interno delle città, dapprima con gli ambulanti poi nei caffè concerto e infine in apposite strutture in muratura, e cercherà di ottenere una legittimità artistica paragonabile a quella del teatro.

Gerges Méliés: Le manoir du diable

Sin dalla comparsa del cinematografo i registi si sono interessatitumblr_lvhnh2rm2z1r7wqdpo1_250 al mondo del macabro. Il primo film da poter includere nel genere horror èLe manoir du diable (conosciuto in inglese come Manor of the Devil o The Haunted Castle) del 1896 di Georges Méliés. Quest’ultimo, pochi mesi prima, aveva già girato un cortometraggio intitolato Une nuit terrible (in cui lo stesso Méliés vestiva i panni di un uomo che non riusciva a dormire perché tormentato da un ragno).

Il film è interpretato da Méliés e riprende gli elementi tipici del romanzo gotico: ci troviamo in un castello con pipistrelli, fantasmi, scheletri, demoni e streghe.

Potremmo considerare il cinema delle origini come un immenso laboratorio di sperimentazione. L’uomo si ritrovò a filmare quanto aveva sotto gli occhi, a documentare in modo aderente la realtà. È il cinema del mostrare, dove non c’è distinzione tra l’operatore della macchina e il regista.

Altre caratteristiche possiamo ricavarle da Le manoir du diable: la ripresa è fissa e si svolge tutta nello stesso ambiente, dove si alterneranno gli attori. La recitazione potrebbe sembrarci eccessivamente marcata e pantomimica, quasi comica, era, invece, l’unico espediente per far comprendere la storia al pubblico.

Mèliès, tuttavia, non riprendeva la realtà, paradossalmente il suo cinema spaziava nell’immaginazione tra viaggi e fiabe (Le voyage dans la Lune, 1902, Voyage à traver l’impossible, 1904). Aveva georges-melies-1fondato la casa di produzione Star Film e si era fatto costruire un enorme teatro di posa fatto di vetro (per sfruttare la luce) nel giardino della sua villa. Era un innovatore? Non proprio. Proprio come i film di strade, panorami o città, l’intento del regista francese era attrarre attraverso il vedere, la storia aveva poca importanza.

Il cinematografo era comparso da poco più di un anno e Méliés dimostra già di saper padroneggiare la cinepresa. Infatti il “padre” degli effetti speciali, e scopritore di numerose tecniche cinematografiche, ne Le Manoir du diable fa largo uso di effetti come l’arresto della ripresa (per far scomparire e apparire oggetti o personaggi) e dello scatto singolo (per muovere oggetti inanimati).

Vedere un film muto fa sempre una strana sensazione. È come essere testimoni del rinvenimento di un fossile e quasi sorridiamo, dall’alto della nostra modernità, per i rudimenti utilizzati. Dovremmo cercare di partecipare alle scoperte di Méliés, guardarlo con gli occhi dell’Ottocento, immedesimarci, insomma in un uomo o in una donna di quel tempo. Solo in questo modo potremmo capire lo stupore per essere i testimoni di una scoperta destinata a dominare la cultura di massa.

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