Qualche volta le sagre estive sono a rischio pioggia. E anche qui risentiamo del maltempo, delle vacanze, dei giorni liberi. Ma la sagra continua ed è chiaro che è sempre pronta ad arricchirsi con i vostri consigli e le vostre impressioni.

 Gentlemen

La nebbia è pesante, è solo pioggia in potenza. È un mare torbido che non lascia intravedere il terreno dal quale trae nutrimento. Gli alberi che ne fuoriescono non sono che scheletrici arbusti. Il legno è percorso da vene nodose che si assottigliano fino ai rami.

Mentre avanziamo ci sentiamo un po’ nudi con l’umidità che penetra negli stivali, ma guardiamo avanti verso l’orizzonte dai confini indefiniti. Per la foschia non sappiamo dove finisca la terra e inizi il cielo.

La luce di un lampo illumina il nostro cammino. L’urlo rauco di una donna si unisce al tuono che ne segue.

Potrebbe essere l’incipit di un racconto horror, uno vecchio stile, uno di quelli che avrebbe fatto saltare sulle poltrone le donzelle dell’Ottocento.

locandina-italiana-del-film-la-maschera-del-demonio-188196Forse anche Mario Bava lo immaginava così: un horror che si distacca da tutte le altre pellicole italiane del tempo. Per la vera affermazione dell’orrore italiano dobbiamo attendere il 1960, anno del debutto di Mario Bava alla regia de La maschera del demonio. Un film che, come molti altri che si affacciavano al genere, in particolar modo in Italia, è legato alle atmosfere gotiche. Con una differenza: se ne separa nettamente.

Ai nostri occhi viziati dalle sedie che si muovono di Paranormal Activity e lo splatter portato all’estremo dell’Enigmista, la trama potrà sembrarci ingenua, fin troppo semplice. Eppure conserva la capacità di diventare universale: non riusciamo a dire con certezza che si tratta di una pellicola italiana, ma non sappiamo neanche identificarne la nazionalità.

Bava inaugura una personalizzazione fatta di cura della scenografia e della fotografia (come aveva già dimostrato ne I vampiri di Freda). A dir poco esemplari gli effetti speciali considerando l’epoca: dal meno riuscito pupazzo di pipistrello compensano la ripresa del marchio a fuoco sulla pelle della strega, la maschera inchiodata sulla testa della stessa e il marchio di fabbrica di Bava: il progressivo invecchiamento della protagonista realizzato senza stacchi di scena, attraverso la sovrapposizione di molte immagini dell’attrice truccata.

la-maschera-del-demonio-a-macc81scara-do-democc81nio-1960-de-mario-bavaLa sceneggiatura di Ennio de Concini (che l’anno successivo otterrà l’Oscar per la migliore sceneggiatura di Divorzio all’italiana di Germi) e Mario Serandrei (assiduo collaboratore di Luchino Visconti ad esempio in Ossessione (1943), La terra trema (1948), Il Gattopardo (1963)) ben si adatta alla trasposizione del racconto Il Vij (1835), di Gogol che si rifaceva alla mitologia slava. Nell’estrema genuinità dei dialoghi s’inseriscono tematiche come la sessualità e il doppio femminile.

La pellicola ebbe grande successo degli Stati Uniti e in Francia. Evidentemente a riscuotere successo fu anche il cast internazionale: Barbara Steele che da questo film costruisce la sua carriera soprattutto nel cinema horror (tra le interpretazioni L’orribile segreto del dr. Hichcock (1962) e Lo spettro (1963) di Riccardo Freda, Danza macabra e I lunghi capelli della morte, entrambi del 1964, diretti da Antonio Margheriti, ma sarà diretta anche da Fellini in ), John Richardson, Ivo Garrani, Andrea Checchi (che aveva già alle spalle una produttiva carriera cinematografica nella commedia e nel dramma).

maschera_demonio_steele_1

Annunci