il-giovane-holder-j-d-salingerNon ho mai creduto a chi diceva che, una volta esaurite le opzioni confezioni bagno schiuma, sciarpe, guanti, borse, uno dei regali di compleanno più originali che si possa fare a chi ha lontano gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza è un libro e, in particolare, Il piccolo principe.

Mi ricordo una mia professoressa che ne somministrava la lettura, soprattutto a colleghi anziani, convinta che fosse un toccasana. Confesso che l’opera di Antoine de Saint-Exupéry non è stata tra le mie letture infantili, ma diffidavo della sicurezza di chi sosteneva una tale efficacia.

La formula del sicuro successo di un libro non esiste. Un libro rimane quello che è, a cambiare sono le persone che lo leggono. Vorrei dilungarmi sul rapporto tra il tipo di persone che legge e l’altrettanto poliedrico mondo dei libri, ma devo smentirmi all’istante. Una legge universale potrebbe essere quella per la quale è impossibile definire leggi universali sui libri.

Io, Il piccolo principe, l’ho letto tardi e l’ho apprezzato ancor di più quando l’ho riletto, più tardi. Eppure non era cambiato niente: il bambino, il re solitario, l’ubriacone, il lampionaio, la volpe, erano tutti lì con le stesse battute, ma che ogni volta mi sembravano nuove e si ricoprivano di un significato diverso.

A quelli che hanno avuto la pazienza di seguirmi fin qui, faccio un’altra confessione: per la prima volta, in ventidue anni, ho letto Il giovane Holden.

Sì, proprio quell’Holden Caulfield che si fa buttare fuori da scuola e, nei giorni precedenti al Natale, bazzica per Manhattan in cerca di non si sa cosa che dia senso alla propria vita. Raccontata così, la trama nuda e cruda in molti susciterebbe l’interrogativo: Tutto qui?. Uno dei capolavori della letteratura americana, il padre dei più importanti titoli americani contemporanei, è tutto qui.

catcher-in-the-ryeL’introduzione del post mi serviva per avvicinare con una forzatura due opere lontane, non tanto temporalmente (Il piccolo principe è stato pubblicato nel 1943, l’opera di Salinger 10 anni dopo), quanto geograficamente: ho avuto la sensazione che il bambino del primo diventi, nell’America degli anni Quaranta, l’adolescente del secondo.

Un azzardo, penserete, soprattutto perché non si intravedono punti di contatto, niente che possa far pensare a rimandi e collegamenti. Eppure, come Il piccolo principe, mi sono riservata una rilettura del giovane Holden, magari nella nuova versione tradotta da Matteo Colombo¹.

Non si può fare affidamento sulle parole di Holden, lui stesso confessa di essere il più fenomenale bugiardo che abbiate mai incontrato in vita vostra.

Ad ogni modo, io continuavo a starmene vicino a quel cannone scassato, guardando la partita e gelandomi il sedere. Solo che alla partita badavo poco. Se me ne restavo lì era perché cercavo di
provare il senso di una specie di addio. Voglio dire che ho lasciato scuole e posti senza nemmeno sapere che li stavo lasciando. È una cosa che odio.
Che l’addio sia triste o brutto non me ne importa niente, ma quando lascio un posto mi piace saperlo, che lo sto lasciando
Se no, ti senti ancora peggio.

Ad ogni assaggio, i pensieri di Holden assumono un gusto che prima non era stato avvertito. Niente di cervellotico o di linguisticamente complesso, perché il protagonista sceglie di riferirsi alle cose con le espressioni che lui crede più adatte: “schife”, fasulle, “compagnia bella” o “vattelappesca”.

È una prosa del genere, il vocabolario limitato e ripetitivo di Holden, a rendere il romanzo unico nel suo genere.

Holden gioca a fare il gradasso come Stradlater, ma poi torna a far finta di avere una pallottola in pancia o scommettere con se stesso che non arriverà vivo al prossimo isolato.

Non fa mai domande, convinto com’è di conoscere il mondo attraverso osservazioni che le persone attorno a lui non farebbero. È un giudicare presuntuoso e immaturo che si risolve nella goffaggine e in una sensazione d’indeterminatezza. Anche quando il suo professore preferito si lancia in una dissertazione sull’importanza di trovare la propria strada nel mondo, Holden non lo ascolta perché per lui sono parole dall’involucro vuoto e senza esperienza.

I suoi occhi pullulano di perché non detti. Perché non ci può essere romanticismo in una prima volta con una prostituta? Perché non ho dato più denaro per la questua? Perché le ragazze si devono portare solo a letto? In poche parole “adolescenza”, come elaborazione solitaria e sofferta delle cose del mondo.

Ho letto numerose recensioni negative, con chi si aspettava di più e sosteneva che, dopotutto, non era poi un gran capolavoro, noioso, dal finale insensato e gremito di ripetizioni snervanti. In effetti, la traduzione di Adriana Motti aveva bisogno di un restauro, ma il messaggio implicito nelle molte critiche era l’aver notato la mancanza di complessità.jd_salinger

Classico non è sinonimo di complessità e la complessità non deve necessariamente riferirsi alla parte linguistico – lessicale – c’è poi da vedere se la complessità ha a che fare con il lettore o con lo scrittore.

In questo caso, ricorro alle parole dello stesso Holden:

Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.

Ecco, caro Salinger, che cosa avevi in testa? È l’unica domanda che gli farei. La complessità del giovane Holden sta nella semplicità che s’inabissa nella profondità degli anni drammatici dell’adolescenza, distanti dalla prospettiva degli adulti.

Il giovane Holden è un po’ come il museo di storia naturale per il protagonista: un punto fermo nella storia personale, un luogo, un ricordo, delle abitudini che restano uguali al passare degli anni e che, allo stesso tempo, rendono consapevoli di quanto si è cambiati.

1: – Interessante il carteggio, durato quasi due anni, tra Matteo Colombo e l’editor Anna Nadotti.

Tradurre Il giovane Holden, un’intervista a Matteo Colombo

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