GentlemenL’excursus sul genere horror ha riservato grandi sorprese. Prima di intraprendere tale viaggio cinematografico, ahimè ancora incompleto, non avrei mai pensato di scoprire che i registi italiani hanno portato in auge il genere e che siano stati dei maestri per quelle che oggi sono le maggiori cinematografie internazionali. Accade spesso che il pubblico italiano – me compresa – , di allora e di adesso, ignori le fondamenta e si lasci affascinare dai ghirigori barocchi dell’attuale mercato cinematografico.

Prima degli anni Sessanta il cinema italiano era stato un cantiere in piena attività: la ferita della guerra, della miseria,combo_horrible_dr_hichcock_poster_01 (1) dell’ingiustizia, ardeva grazie al neorealismo di Luchino Visconti, Roberto Rossellini e Vittorio De Sica. L’ottimismo e il desiderio di riscatto si presentarono in forma di commedia negli anni successivi, mentre il miglioramento della situazione economica italiana permise lo sviluppo di generi rimasti nella storia: il peplum, lo spaghetti western, la commedia all’italiana e, non ultimo ma sempre trascurato, l’horror.

Per accattivare gli spettatori, molte pellicole degli anni Sessanta presentavano cast dai nomi americaneggianti. Ne è un esempio L’orribile segreto del Dottor Hichcock (1962) dove Riccardo Freda sceglie di comparire nel cast con uno pseudonimo (Robert Hampton), così come fecero anche gli altri membri, nella speranza che l’espediente potesse attirare spettatori al cinema.

Affezionato alle ambientazioni gotiche, il regista sceglie il 1885 come anno in cui si svolgono gli eventi: non a caso la letteratura gotica, fiorita nella metà del Settecento, aveva respirato aria nuova con E.A. Poe. Lovecraft, il suo degno erede, comporrà nei primi anni del Novecento, ed è proprio a lui che il film rende velatamente omaggio. Se la necrofilia e la perversione umana erano un vero taboo negli anni Sessanta, pensate quanto dovevano esserlo nel primo decennio del Novecento, quando Lovecraft pubblicò un racconto a dir poco disturbante, uno di quelli che ti fanno dubitare del confine tra realtà e finzione, ancora di più tra voce narrante e autore:

È mezzanotte. Prima dell’alba mi troveranno e mi porteranno in una cella nera dove languirò per sempre, mentre brame insaziabili mi tor­tureranno le vene e inaridiranno il mio cuore: allora diventerò una cosa sola con i morti che amo.

Il mio scranno è il fetido incavo di un’antica tomba; la mia scriva­nia il dorso d’una pietra sepolcrale levigata dalla devastazione dei se­coli; il mio unico lume sono le stelle e un esile spicchio di luna, ma vedo chiaramente come se fosse mezzogiorno. Intorno a me, su ogni lato, statue sepolcrali vigilano su tombe dimenticate; e le lapidi ca­denti e decrepite sono in parte occultate da viluppi disgustosi di ve­getazione putrescente. […]

Potessi scegliere la mia dimora, sarebbe il centro d’una simile città di carne decomposta e d’ossa marcite; perché la loro vicinanza comuni­ca al mio spirito brividi di piacere, fa scorrere il sangue stagnante nel­le vene e battere d’ebbrezza frenetica il mio torpido cuore: la presenza della morte, per me è vita!

Da I cari estinti (The loved dead)

3577158551_022La semplice trama lascia intendere la conclusione sin dall’inizio, l’unica richiesta della pellicola è attendere la graduale costruzione del climax. Tutto è orientato, fin da subito, a moltiplicare l’atmosfera di ansia e tensione. L’assenza di effetti speciali viene compensata da una fotografia che si riempie di colori freddi, intervallati da allucinati effetti di colore che contribuiscono a creare alcune scene indimenticabili.

Ancora una volta Barbare Steele è uno dei personaggi principali, mostrandoci un ruolo diverso da quello che aveva interpretato ne La maschera del demonioda spietata strega ammaliatrice, qui indossa il volto più tragico dell’innocenza e della purezza. Poco conosciuto in Italia, l’attore britannico Robert Flemyng ci coinvolge nel progressivo divorare della malattia, come un vero e proprio dottor Jekyll che lascia il posto al signor Hyde. In poco tempo i suoi sguardi, le movenze e il suo vagare nelle stanze della grande villa, assumerà connotati viscidi e morbosi.

Alla sceneggiatura Ernesto Grimaldi che aveva esordito due anni prima con la sceneggiatura per L’amante del vampiro (di Renato Polselli) che gli garantirà commissioni in ben 19 film nel periodo tra i 1960-1962, ma i suoi successi più importanti restano I giorni dell’ira, Il mio nome è Nessuno (western di Tonino Valerii, rispettivamente del 1967 e 1973, uno Giuliano Gemma, l’altro con Terence Hill) ed ha anche scritto il trattamento di C’era una volta in America di Sergio Leone.il-dottor-hichcock_riccardo-freda

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