Tanti auguri al blog! Tanti auguri al blog! Oggi compie 3 anni ed è ancora vivo e vegeto. Certo, gli aggiornamenti ultimamente non sono puntuali ma voi siete così pazienti da continuare a seguirlo, vero? Vi auguro buone feste!

All’una meno un quarto cominciò a sentire i morsi della fame. Fino a quel punto, ogni sua mossa, atteggiamento o che erano stati consoni alla tradizione dello scrittore. Compresa, perfino, la leggera irritazione che si prova a non venir mai disturbato…mai che qualcuno lo distogliesse dal lungo, vuoto fantasticare che scandiva la noia di una tipica giornata.

Stava per stizzirsi con la segretaria, e accusarla di fissarlo imbambolata, quand’ecco che finalmente arrivò una benvenuta scocciatura.

Un fattorino bussò alla porta e gli recapitò un appunto del grancapo, Jack Berners.

Caro Pat,

prenditi un po’ di svago e fa’ da cicerone a questa gente qua e là per gli Studios.

Jack

– Porca l’oca! – esclamò Pat. – Come possono pretendere che combini qualcosa di utile se mi tocca, al tempo stesso, portare in giro dei visitatori? –

(Pat Hobby, padre putativo, p. 86)

Pat Hobby. Disavventure di uno sceneggiatore ad Hollywood Robin Edizioni (Traduzione di Pier Francesco Paolini)

Autore:

Editore:Robin Edizioni

Anno:2010

Traduzione:Pier Francesco Paolini

Pagine:211

Prezzo:€ 14,00

 

Per un personaggio così mellifluo è difficile estrapolare una citazione che lo rappresenti adeguatamente, ma credo che questa riesca a far capire, almeno in parte, il carattere di Pat Hobby.

Dopo l’avvento del cinema sonoro, lo sceneggiatore di mezza età Pat Hobby ha visto la sua carriera prendere una curva discendente e la sua presenza agli Studios si riduce alla stregua di una controfigura grottesca da buffone.

È dura affezionarsi alle avventure di Pat Hobby perché con lui non si stabilisce nessuna empatia, al contrario, si arriva a parteggiare per i suoi oppositori. Perché lui rappresenta tutto quello che non si vorrebbe diventare. Parlare di macchietta sarebbe fin troppo ottimistico perché si tratta di un uomo non consapevole delle proprie bizzarrie e, per questo, convinto di essere nel giusto. Lo stesso concetto di giustizia diventa aleatorio: chi dovremmo condannare? Lo sfruttamento spietato di Hollywood o l’ipocrisia con cui Hobby si trascina negli Studios?

– Arditi dell’aria è già stato usato, mi pare.

– Svegliati! A parte che è già stato usato, questo non è un film sugli aviatori.

– Beh, mi era parso che fosse un bel titolo.

– Per essere bello, è bello anche Via col vento.

– Ma neppure Via col vento è intonato a questo film…noh? – bofonchiò Pat.

(Sulle tracce di Pat Hobby, p. 157)

Il suo non è il mestiere dello scrittore, alla continua ricerca di ispirazione e innovazione, ma è una presenza passiva che si accontenta di formule già coniate e insensati cliché nel tentativo testardo di ripercorrere i fasti del passato. Hobby si illude inconsapevolmente giorno per giorno, accontentandosi del risultato raggiunto con il minimo sforzo.

È tutto un gioco di illusioni e passato.

Le illusioni di Gatsby, la sua solitudine e quella di Nick Carraway lasciavano intravedere una speranza. Alla fine Gatsby non aveva completamente perso: la piccola vittoria era l’essere conosciuto nella sua essenza più profonda e non essere dimenticato. Insomma la sua dipartita non corrispondeva alla sua fine.

FitzgeraldPat Hobby è, invece, il tipo che ha smesso di combattere e arranca tra un drink al bar, una puntata con l’allibratore e la scrittura di una battuta nella sceneggiatura. Un fallito.

È una commedia amara e velatamente polemica da un Fitzgerald che non si è mai adeguato al mondo del cinema.

Dopo l’insuccesso di Tenera è la notte (1934), i debiti, il ritorno dell’alcolismo e l’internamento definitivo di Zelda nel 1936, Fitzgerald tenta la carriera di sceneggiatore a Hollywood. In realtà si trattava della terza proposta da parte del mondo del cinema, le precedenti risalivano al 1927 e al 1931. Esperienze non idilliache passate tra sceneggiature rifiutate, stravolte dai produttori e licenziamento per alcolismo. Per guadagnarsi da vivere, negli ultimi anni di vita, mentre si dedica a Gli ultimi fuochi (The last tycoon), scrive le storie di Pat Hobby per la rivista Esquire, pubblicate solo dopo la sua morte (tra il 1940-1941).

I ruggenti anni Venti sono finiti, le melodie del jazz non dettano più il ritmo di una vita passata nella mondanità riflessa nel fasto, le feste e nelle atmosfere di Gatsby che avevano un fascino tenero e sognante.

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