La copertina dell'Internazionale
La copertina dell’Internazionale

Di Zerocalcare avevo già parlato come una delle alternative per la ripresa del mercato editoriale, in particolar modo, quello dei fumetti. Ne è passato di tempo, e intanto Zerocalcare ha pubblicato altre quattro graphic novel, sta collaborando con Valerio Mastandrea per la sceneggiatura del film basato su La profezia dell’armadillo, primo albo a fumetti da lui pubblicato, e ha realizzato un murales a Roma vicino alla metropolitana di Rebibbia, il quartiere dov’è cresciuto.

Insomma è riuscito a ritagliarsi meritevolmente una fetta della nostra attenzione.

Quando ho visto la copertina dell’Internazionale ho pensato che, prima di tutto, era fantastica e poi che dovevo leggere assolutamente il suo reportage di 42 pagine nei pressi di Kobane. Potevano accadere due cose:

  • rischiare di esprimere esplicitamente opinioni che possono essere (e sono) facilmente strumentalizzate, perché ritenute banali, qualunquiste, troppo politiche ecc.
  • scoprire che Zerocalcare non era fatto per il graphic journalism

La prima è più soggetta a chi frequenta il web, mentre la seconda dipende dall’abilità del fumettista.

Come raccontare in modo efficace qualcosa di cui l’informazione stessa non ha parlato?

In questi casi è sempre bene iniziare dalla verità. Badate bene, la verità nel mondo del giornalismo è sempre la verità di chi scrive. Ricordo perfettamente la metafora con cui il mio professore intendeva la comunicazione giornalistica: la paragonava a un imbuto che, se guardato dal foro stretto della parte inferiore, non parla mai di noi, ma che se si capovolgesse, mostrerebbe l’informazione che parla di noi e delle nostre vite. Le poche pagine di giornale a disposizione, le poche righe di una pagina web, i tempi sempre più stretti dei giornalisti tv, riducono l’informazione a pochi minuti.

Zerocalcare non poteva che affrontare la sua verità nel modo in cui ha sempre fatto: raccontando tutto dal suo punto di vista avvicinandolo il più possibile al lettore. Lo fa quando riassume, con tanto di cartina, la questione dei curdi tra la Siria e la Turchia. Lo fa quando le preoccupazioni dei genitori non colgono la questione principale, non perché non vogliano affrontarla, ma perché ne sono completamente all’oscuro.

Kobane Calling è un reportage fuori dal comune – forse non è neanche un reportage – non neutrale, impregnato della sensibilità mai banale o sempliciotta di chi l’ha scritto.

Zerocalcare - Kobane Calling
Zerocalcare – Kobane Calling

La narrazione procede a singhiozzi con circa 13 (?) minicapitoli che giocano continuamente tra la piccolezza del protagonista e la consapevolezza di essere entrato a far parte di qualcosa di più grande, incontrollabile, che non fa altro che spingerlo a frugare in se stesso per capire il vero motivo del viaggio. I momenti di stallo e riflessione prevalgono su quelli dinamici e vivaci, ma non pesano sulla narrazione. Persino la leggerezza dei dialoghi comunica con semplicità un messaggio di fondo più serio e consistente, senza mai scadere nella superficialità.

La ricerca del perché è intima, sentimentalmente coinvolgente grazie all’esperienza diretta, al punto che anche per chi legge diventa difficile capire.

Zerocalcare non impallidisce davanti al reportage e riesce a rimanere sempre lo stesso, con uno stile personale e adatto per comunicare tutto immediatamente, senza mezzi termini, come si fa con un amico.

Dite che la conclusione è smielata e si concede all’idealizzazione? Se in un primo momento ho avuto questa impressione, ora, mentre ne scrivo, mi rendo conto che quello che voleva comunicare sta proprio lì, come a dire “guardate cos’ha fatto Kobane a me, immaginate cosa potrebbe fare a voi”.

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