Ho resistito per troppo tempo alla tentazione di acquistare Joss Whedon: The Biography. È bastata la solita frase da cocainomane di libri (“Compro solo questo e poi basta”) per convincermi a prenderlo.

In fondo sapevo di essere scettica: Joss Whedon, classe 1964, 51 anni il prossimo giugno e già una biografia su di lui. Sentivo puzza di marketing, ma non era niente rispetto all’emozione ogni volta che il libro mi capitava sotto gli occhi. Perché io, con Joss Whedon, ci sono cresciuta.

Joss Whedon: The Biography

 

Joss Whedon: The biography

Autore: Amy Pascale

Editore:Chicago Review Press

Anno:2014

Pagine:448

Prezzo:$29.95

La prima biografia – in inglese, per giunta – che io abbia mai letto. Ed è grazie a Amy Pascale che ho capito come non si fanno le biografie. Le biografie sono quel particolare genere letterario, tra il libro e il saggio, che promettono un sunto romanzato della vita di chiunque (personaggio reale o inventato). Scrivere una biografia significa ricorrere a differenti tipi di scrittura: dall’intraprendenza giornalistica e la conseguente capacità di “stare sempre sul pezzo”, fino all’abilità nella scrittura in prosa. E questo vale soprattutto quando si tratta di un personaggio particolarmente amato/odiato.

Dalla parte del lettore leggere una biografia è aver interiorizzato l’opera dell’artista di cui tratta. Leggerla ha, quindi, un certo fascino per chi vuole essere presentato al personaggio che segue da tempo e magari scoprire che, in fondo, lo ha sempre conosciuto (grazie a quello strettissimo rapporto tra l’artista e le sue opere).

Amy Pascale, per quanto possa essere mossa dall’ammirazione per Whedon, essendone fan a sua volta, non è riuscita a trasmettere niente di tutto questo.

Le premesse c’erano tutte, nelle prime pagine, con la lettera d’apertura di Nathan Fillion, attore amico fidato di Whedon, e poi con l’incontro di un Joss un po’ burbero perché impegnato nella realizzazione di The Avengers. Dopodiché dalle pagine successive inizia la biografia che ha la profondità emozionale di Wikipedia.

Fanboy dreams come true: The AvengersSe per i fan di Joss è difficile continuare la lettura, mossi solo dalla speranza di conoscere dettagli sconosciuti, chi non è un fan di lunga data non troverà nessun motivo per continuare. Non perché la biografia sia destinata agli aficionados, ma perché il racconto si trasforma in uno sciorinare di eventi, come se si trattasse degli ingredienti di una ricetta culinaria.

Anche se sono presenti interviste originali dei collaboratori che frequentano e hanno frequentato Joss, a confronto le interviste a Joss stesso sono pochissime (precisamente risalgono a maggio, giugno e novembre del 2011).

Buffy: Resurrection (Joss Whedon The biography)Mi aspettavo il racconto di una vita intervallato dagli interventi di Whedon. Immaginavo lui che avrebbe esordito con: “Questa è la ricetta su come i nerd diventano fighi…peccato che non potete più usarla”.

In sostanza, per i fan nuovi e vecchi di Whedon si tratta di un libro che si può anche evitare di acquistare. O, come la sottoscritta, lo si può acquistare per semplice feticismo.

Joss Whedon in tre parole

Modestia, semplicità e umorismo. Queste sono le parole che userei per descrivere brevemente Joss Whedon. Qualità troppo generali? Forse non proprio vere, ma sono quelle che per me lo identificano nella sua interezza, perché c’è sempre un piccolo problema con chi è famoso: gestire due personalità, una pubblica e l’altra privata. È stata la sua capacità di unirle a farmi comprendere cosa significa essere artista.

L’artista non è soltanto colui che traspone la sua vita nelle opere e le generalizza, senza privarle delle loro sfumature distintive, per un pubblico più vasto. L’arte non può percorrere un binario diverso dalla vita di chi la crea, non deve essere necessariamente elitaria e può plasmarsi ed essere plasmata dal pubblico. E così Buffy, the Vampire Slayer, è metafora del passaggio traumatico dall’adolescenza al mondo degli adulti, ma è anche il tentativo di innovare l’horror, riuscendo a creare delle piccole perle narrative (se non avete ancora conosciuto i simpatici individui che uso come immagine di copertina per Sagra Horrorguardatevi Hush, decima puntata della quarta stagione di Buffy).

Foto di Steve Schofield
Foto di Steve Schofield

Con poche parole Nathan Fillion, nell’apertura della biografia, confronta l’amico ai suoi personaggi: eroi che non vincono sempre e, se lo fanno, la loro non è mai una vittoria completa. Ancora una volta, una caratteristica che lo rende più umano e, allo stesso tempo, è un prezioso indizio per capire la filosofia che sottostà alle sue creazioni.

Nonostante l’alone di fascino artistico, la storia di Whedon non è da imputare a un destino improvvisato, ma a una bella dose di fortuna già in partenza. Nato in una famiglia di scrittori – suo padre, Thomas Whedon, laureato ad Harvard, scrive per la radio e il famoso show per bambini Captain Kangaroo; il nonno, John Ogden Whedon ha scritto sitcom come The Donna Reed Show, The Andy Griffith Show ed è stato una penna abituale del New Yorker – cresce in una casa sempre popolata da un crogiolo di personalità e inventiva, tra amici scrittori di commedie, nonché attori, artisti e insegnanti.

Ma è il rapporto con la madre Lee Stearns a prevalere. Tra le incoerenze e gli sconvolgimenti sociali e culturali degli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti, Lee parte dal piccolo sostenendo un’adeguata formazione scolastica anche per le donne e la creazione di corsi sul femminismo e le donne in letteratura. L’eredità ideale della madre verrà raccolta dopo la sua morte dal lavoro del figlio Joss e dalla sua partecipazione a Equality Now, l’associazione contro le violenze contro le donne creata da una delle studentesse di Lee Stearns (un paio di interventi che vale la pena vedere: Joss Whedon’s Equality SpeechJoss Whedon at “Make Equality Reality”).

Di solito le etichette non fanno per me, sono come un attore che non riesce a uscire dal suo personaggio o uno scrittore dal libro di successo che ha composto. E Joss è etichettato come colui joss_whedon_21950che ha creato strong female characters. Non sto dicendo che non sia vero, ma non voglio classificarlo come autore femminista, perché non ha più senso distinguere un femminista da chi non lo è (in generale non ha più senso parlare di femminismo, o almeno, una qualche forma di femminismo oggi è molto diversa da quella del passato).

L’idea iniziale di Buffy era Marta the Immortal Waitress, la tipica bionda in pericolo nei film horror degli anni Ottanta che per lui doveva diventare la protagonista (I wanted, just once, for her to fight back…and kick his ass), lungi da ogni tentativo di richiamare spettatori grazie all’attrattiva sessuale. Non si tratta della fortuna di chi è capito nel posto giusto, al momento giusto, e neanche dell’intento di creare un telefilm femminista, ma di una vera spinta all’innovazione e magari di un sogno nel cassetto: creare un’icona della pop culture.

Ecco perché non amo relegare Joss Whedon nel ruolo di difensore delle donne, ma lo vedo come chi ha guardato il mondo con occhi diversi.

Quelli di Joss Whedon non sono solo personaggi, donne dalla forte personalità, ma sono prima di tutto corpi. Questo materialismo di fondo ricorre spesso nelle sue creazioni, basta guardare una delle puntate più traumatiche mai viste: non a caso chiamata The Body, nella quinta stagione di Buffy, dove rivivrà lo shock per l’improvvisa morte di Lee Stearns a causa di un aneurisma cerebrale. In questa occasione Joss parla della morte come “evento fisico…oltre il senso della perdita che si avverte inevitabilmente, c’è di fatto un corpo. E affrontarlo è un’esperienza che fa davvero fermare il tempo…”.

Tornerà a farne esplicito riferimento nel discorso alla Wesleyan University, parlando della dualità tra l’istinto di morte del corpo e l’infinita volontà di sopravvivenza della mente.

Un chiaro esempio lo troviamo in Dollhouse, telefilm tra fantascienza, thriller e azione, dove un’organizzazione governativa cancella i ricordi alle “doll”, impiantandogli diverse personalità per svolgere missioni top secret e soddisfare i desideri dei clienti. Ancora una volta corpi, svuotati della loro identità, dove lo sviluppo di un senso dell’io avviene anche quando la mente viene saccheggiata di ogni traccia del sé.

Il tema dell’identità si unisce a quello politico, contro la silente tirannia e il destino preconfezionato da organizzazioni del male e mai completamente buone (la Rossum Corporation in Dollhouse, gli avvocati del diavolo della Wolfram & Hart in Angel, l’Alleanza in Firefly, lo stesso S.H.I.E.L.D. che tenta di controllare i Vendicatori), come a dire che il libero arbitrio è l’ultimo a morire.

Joss Whedon è tutto questo e anche tante altre cose che è impossibile riassumere in un post. Avrei potuto parlarvi della sua passione per Shakespeare, al quale ritorna non appena ne ha la possibilità (Much Ado About Nothing, 2012) coinvolgendo amici attori in serate alcoliche dove l’unica regola è recitare commedie e tragedie a ruota libera.

Joss nerd in azione per un'intervista su GQ
Joss nerd in azione per un’intervista su GQ

È stato uno dei primi a capire l’importanza della distribuzione dei contenuti su Internet con il suo Dr. Horrible’s Sing-Along Blog (2008).

Avrei potuto parlarvi della sua passione per i fumetti, che si porta dietro sin dall’infanzia, con cui si è cimentato anche nella vita adulta (Astonishing X-Men, Buffy the Vampire Slayer Season Eight, Buffy the Vampire Slayer Season Nine) e ha realizzato un sogno dirigendo The Avengers e Avengers: Age of Ultron (in uscita il 22 aprile 2015 in Italia).

Sicuramente ho saltato qualcosa. Perché l’ho fatto? Because you are going to die. Scopritelo da voi.   

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