Gentlemen

Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza. Il Vietnam è il posto giusto per dimostrarlo.

Queste sono le parole di John Fitzgerald Kennedy in un’intervista per il New York Times nel 1961. A quel tempo, da circa dieci anni, la potenza americana era penetrata nelle maglie del governo del Vietnam del Sud per portare avanti la guerra fredda, la guerra contro il comunismo cinese e sovietico che appoggiava il Vietnam del Nord. Negli anni successivi le operazioni “sotto copertura”, di spionaggio nei confronti dei nordvietnamiti, si intensificano fino ai bombardamenti iniziati nel 1965.

L’entità dei bombardamenti è stata pari e ha superato quella della seconda guerra mondiale, ma nel film di questa sanguinosa guerra non c’è traccia. Rosemary’s Baby (1968) è, quindi, un’opera anacronistica? Una dimostrazione di come il genere horror non sia adatto a trattare avvenimenti, anche di un certo spessore, della vita reale?

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Mia Farrow in una scena del film

Tutto ruota attorno alla storia di una giovane coppia alle prese con la propria ascesa nella borghesia americana. Siamo nel 1965 e acquistare un lussuoso appartamento, costruire una famiglia felice, lasciarsi andare ai prodotti di largo consumo, sono le uniche ansie che turbano la felicità di Rosemary e Guy. La totale assenza d’interesse dei protagonisti per le vicende del Vietnam e, in generale, del mondo esterno, non fa che confinarli in una sorta di setta, isolata dal resto del mondo, avida nel voler realizzare i propri interessi. Il male assoluto non è nel finale ma sta nella predisposizione al male dei protagonisti, come se soltanto persone del genere possano essere infettate da una malattia rara.

La loro vita è messa a nudo grazie alla storia costruita accuratamente attorno al microcosmo condominiale. Mia Farrow – che per il ruolo ha ottenuto una nomination agli Oscar e ha vinto il Golden Globe come migliore attrice protagonista in un film drammatico – riesce perfettamente nell’interpretazione di Rosemary, che conserva la sua innocenza fino a quando anche lei è, in fondo, già contagiata dal male. John Cassavetes, nel ruolo di Guy, il marito ossessionato dal successo, e Ruth

Ruth Gordon nel ruolo di Minnie Castevet
Ruth Gordon nel ruolo di Minnie Castevet

Gordon, la signora Minnie, la vecchina sempre ben vestita che mi ha ricordato tanto alcune anziane aristocratiche di oggi, nascoste dietro fard di ipocrisia, dimostrano, ancora una volta, l’assenza di empatia tramutata in una lontananza dalla realtà.

L’omonimo romanzo di Ira Levin, da cui il film è tratto, insieme alla regia e alla sceneggiatura di Roman Polansky, costruiscono nuove atmosfere per il cinema dell’orrore. L’horror proposto da Polansky rompe gli schemi con l’andamento che ha avuto in precedenza: è come se la presenza del mistero e dell’occulto passassero in secondo piano durante la visione, per poi scoprire che alla fine il male si è intrufolato nelle maglie della società.

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