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Autore: Gianrico Carofiglio

Editore: Sellerio editore Palermo

Anno: 2004

Pagine:253

Prezzo:€ 12,00

 

Sono riuscita a farmi piacere pochi autori italiani, come Paolo Cognetti (Una cosa piccola che sta per esplodere) e Antonio Pascale (La manutenzione degli affetti), e me ne rammarico. È triste quando nel mio repertorio manca una voce nostrana, perché è come quando penso che dopo l’università lavorare all’estero sia l’unica risposta. Insomma mi sento una vigliacca.

Poi però, quando mi ritrovo a leggere un libro in pochi giorni e, per giunta, un libro di uno scrittore italiano, riacquisto un po’ di fiducia. È stato il caso di Ad occhi chiusi, seconda opera di Gianrico Carofiglio e seconda avventura del protagonista, l’avvocato Guerrieri.

Un romanzo a se stante per cui il lettore non sente il bisogno di leggere il precedente, Testimone inconsapevole. Guido Guerrieri sceglierà di occuparsi di un caso di stalking che gli è stato presentato da quella che proprio non può dirsi una suora, è più un rambo versione femminile che gestisce una comunità di donne che hanno subito soprusi. L’accusato è l’ex convivente della vittima, nonché figlio di un pezzo grosso e intoccabile, per definizione.

È solo una delle trame del libro, quella più superficiale. In realtà della vittima e dell’accusato non conosceremo altro, se non i dettagli del processo e, sin dall’inizio, la consapevolezza del colpevole. La prima persona, l’avvocato Guerrieri, non sciorina definizioni giudiziarie incomprensibili per i non addetti, ma è un utile espediente per mostrare i meccanismi interni e, quasi sempre subdoli, dei processi, in quel mondo ipocrita degli avvocati, spesso molto lontano dall’idea romantica dell’arte della retorica.

La città di Bari, anche se con poche descrizioni, è il sottofondo costante delle sue peregrinazioni: compaiono nomi e descrizioni di luoghi che rimarrebbero anonimi se non fossero tappe vivide e familiari nell’esperienza di Guerrieri.

Se la trama già sentita, banale per molti, non è uno dei punti di forza del libro, vale la pena di leggerlo per il protagonista che non manca di commentare cinicamente e ironicamente quanto sta vivendo, scambi di battute taglienti e sempre centrati, soprattutto con la compagna Margherita.

Martina, suor Claudia, Margherita, il pubblico ministero Alessandra, sono le donne che costellano l’universo dell’avvocato, spesso costretto a ridefinire le etichette che attribuisce loro.

E poi c’è l’alternanza delle trame – altre due, oltre alla principale – che contano come il montaggio delle scene in un film: la paura della possibilità di una vita diversa, di poter cambiare, unita alla consapevolezza dello scorrere del tempo e, quindi, dell’invecchiare di Guerrieri; gli anonimi flashback di un altro personaggio.

La lettura scorre facilmente ed è incredibile che un processo possa non annoiare ed essere racchiuso in poco più di cento pagine.

Di solito i gialli (Sherlock Holmes in primis) trovano in me una lettrice critica, pronta a smontare l’intera opera ad un primo accenno ridicolo o inconsistente. Ma quello di Carofiglio non è un giallo qualunque, è un legal thriller, o giallo giudiziario, di quelli che si combattono nelle aule di tribunale quando il misfatto è già stato compiuto. Un giallo che non avevo mai incontrato.

Il nome del genere sembra una trovata pubblicitaria, come per avvolgere l’opera di fascino straniero, americano. E infatti sono molte le critiche per il già visto, già letto, già messo a punto da scrittori stranieri di cui ahimè non ho letto ancora niente.

Ad occhi chiusi e Carofiglio sono stati una sorpresa. La domanda è: ne leggerò altri?

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