Dalla raccolta I giovani, appena pubblicata da Il Saggiatore, a Franny e Zooey passando per Holden e Nove racconti

 

i giovani. tre racconti-copertina

Autore: Jerome David Salinger

Editore: Il Saggiatore

Anno: 2015

Traduzione: Delfina Vezzoli

Pagine: 68

Prezzo (ebook): € 6,99

Prezzo (cartaceo): € 12,00

 

C’era qualcosa di “stridente” ne Il giovane Holden.

Non “irritante” come il rumore di unghie sulla lavagna, ma stridente come quando il mio vicino sbaglia una nota nel suo esercizio pomeridiano al pianoforte. Dopo un paio di volte lui ritrova la nota giusta, Holden Caulfield no.

Lo stile ipnotico, che oscilla tra la riuscita e il fallimento comunicativo, rende plausibile un personaggio come Holden dal gergo cinico e ripetitivo e dalla moralità alienata che non è mai sopra le righe, non diventa, cioè, esasperante per chi legge. Se la narrazione funziona, lo spettatore fa della finzione la sua realtà momentanea: in fondo è proprio quello che accade con libri, film, teatro, prodotti di intrattenimento che includono narrazioni.

Ma era proprio con il teatro che Salinger avrebbe avuto una certa affinità. Come ricorda Tommaso Pincio, lo scrittore si presentò alla rivista Story come un giovane di 21 anni, «particolarmente interessato alla scrittura teatrale». Era la scheda di presentazione che compariva a corredo de I giovani, il racconto d’esordio che, insieme ad altri due (Va’ da Eddie e Una volta alla settimana), possiamo leggere per la prima volta in italiano grazie al libro pubblicato da il Saggiatore.

I personaggi parlano senza che il loro pronunciare parole si trasformi realmente in un dialogo, in uno scambio reciproco di pensieri. Manca il più basilare dei bisogni umani: comunicare.

Alla festa di adolescenti ne I giovani la spigliata Edna sciorina la sua migliore interpretazione di donna per fare colpo su un William sfuggevole quanto sarà Holden; in Va’ da Eddie un fratello cerca di convincere la sorella a trovare un posto da ballerina; in Una volta alla settimana Dickie deve partire per il fronte, ma i silenzi di tale evento sono riempiti dai corsivi della moglie e dalla dolcezza della zia Rena.

Per tornare al paragone con il teatro la messa in scena indica non solo l’apparato invisibile (la scrittura dell’opera), ma anche quello visibile, esteriore. Ed ecco che le scene di Salinger sono sit-com, spezzoni teatrali, che si svolgono in un unico luogo e si riempiono di parole inutili. Ci sono pochi passaggi narrativi e descrittivi, quando compaiono non uniscono ma tracciano un solco più ampio tra gli interlocutori:

A passi veloci, andò dritta su per le scale nella parte della casa della madre di Lucille Henderson vietata a giovani mani che brandivano sigarette accese e bicchieri da cocktail gocciolanti. Rimase di sopra quasi venti minuti. (I giovani)

Invece si alzò e andò al tavolino da toeletta e riprese a spazzolarsi i capelli, i folti capelli rossi. (Va da Eddie)

La donna allungò un braccio alle sue spalle, usando la mano con la fede nuziale d’oro e, sul mignolo accanto a questa, l’incredibile smeraldo; aprì gli sportelli di un mobiletto bianco, fece scattare qualcosa, girò qualcos’altro. Si riappoggiò allo schienale, e all’improvviso, senza una ragione, sbadiglio. Il giovane marito la guardò. (Una volta alla settimana)

È proprio la presenza di intere pagine di dialoghi a stridere con l’opera stessa. L’insoddisfazione dei personaggi colpisce il lettore con battute mai fluide e, sempre, unidirezionali: accade che uno dei due interlocutori si distrae, cambia discorso, torna a quello precedente. La stessa speranza di risoluzione, in un cambiamento, nel passaggio di comunicazione, che si ha leggendo Holden resterà anche nella lettura dei racconti di Salinger.

J.D. Salinger mentre lavora al giovane Holden durante la seconda guerra mondiale (photo credit: AP/The Story Factory, Paul Fitzgerald)
J.D. Salinger mentre lavora al giovane Holden durante la seconda guerra mondiale (photo credit: AP/The Story Factory, Paul Fitzgerald)

Lo scrittore inglese David Lodge riferendosi a Nove racconti ha dichiarato che la scrittura di Salinger «ha la stessa informalità della biancheria intima», di quella che ti si infila tra le chiappe e produce pruriti inopportuni, aggiungerei io.

Salinger rivela la deformazione dell’anticonformismo che arriva alla crisi esistenziale: la diversità creata da personaggi fuori dal comune o geniali come Zoey in Franny e Zooey o lo stesso Holden, che nasconde il talento della scrittura nella composizione di temi a scuola, non ne fa degli eroi ma li emargina. Così Franny spiegherà il motivo dell’abbandono della recitazione teatrale:

Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego. Del mio e di quello di tutti gli altri. Sono stufa della gente che vuol arrivare da qualche parte, fare qualcosa di notevole eccetera, essere un tipo interessante. È disgustoso, disgustoso e basta. Me ne infischio di quello che dicono[…]

Non ho timore della competizione. È proprio il contrario, non lo capisci? Ho paura di volerla la competizione, è questo che mi terrorizza. Per questo ho piantato il corso di teatro, perché sono terribilmente disposta ad accettare le valutazioni degli altri. È proprio perché mi piace sentirmi applaudire e acclamare, vuol dire che c’è qualcosa che non va.

Qualche pagina dopo lo stesso Zooey ammetterà: «Siamo due anormali, Franny e io». Il timore di essere cambiati da quello che si è o si vive perché non lo si accetta come scontato, era già stato affrontato in Holden ma rimarrà uno dei temi che, forse, si avvicinano alla scelta di isolamento dello scrittore. Essere cambiati o deformati dalle proprie parole, plasmate dalla stampa, dal gossip moderno, hanno, forse, fatto vedere a Salinger la realizzazione di quanto scriveva per i suoi personaggi. Un incubo.

Non è un caso che gli unici a essere esuli dall’incomunicabilità siano i bambini. Salinger riserva alla loro spontaneità un posto speciale, come quando rinchiuso nel suo isolamento a Cornish, nel New Hampshire, concederà un’intervista a una studentessa per la pagina scolastica di The Daily Eagle (rimarrà comunque scottato dalla notizia che apparve in evidenza).

Salinger mentre legge Il giovane Holden a Brooklyn, NY  (San Diego Historical Society / Getty Images)
Salinger mentre legge Il giovane Holden a Brooklyn, NY (San Diego Historical Society / Getty Images)

In quattro dei Nove racconti (Un giorno ideale per i pescibananaL’uomo Ghignante, Per Esmé: con amore e squallore, Teddy) una delle dimensioni apparentemente confortante è quella vissuta con i bambini. Si tratta di piccole solitudini che vivono in un mondo a parte, sempre pronte ad aprirlo agli altri e, quindi, aprirsi al dialogo. Gli interlocutori adulti che non trovano pace neanche in tale scambio (si vedano Un giorno ideale per i pescibanana e Per Esmé: con amore e squallore) sentono che con i bambini si trova una pace pur sempre momentanea, che andrà perdendosi con la perdita dell’innocenza durante la crescita, la fase che attraversa Holden.

Uno dei punti di vista più decisi e sintetici viene da James Franco che, ancora una volta, come la maggior parte di noi, tira fuori la risposta alle sue domande considerando la vita di Salinger:

E poi c’è questa ragazzina nella storia, Sibyl, e il suicida pallido, Seymour, che le bacia un piede e le parla dei pescibanana, quei bellissimi pesci fallici che infilano la testa nei buchi e si abbuffano—avrebbe dovuto chiamarsi “Un giorno ideale per i pescicazzo”—e poi, bum, si spara.

Poi lessi “Per Esmè”, che è praticamente la stessa storia di “Un giorno ideale per i pescicazzo”. Un uomo va in guerra. Rimane traumatizzato. Poi viene salvato dall’innocenza di una ragazza. La struttura di questa storia è molto bella. Sì, storie, storie, storie, storie. S-t-o-r-i-e.

E cosa possiamo dire di tutta quest’ossessione per l’innocenza? Salinger sarebbe un compagno per giovani donne, donne giovani reali, per anni, e poi, una notte fatidica, ci andrebbe a letto insieme e l’amicizia finirebbe. Dopodiché, dopo averle scopate, non sarebbero più le ragazze innocenti che corrono nei campi di grano per essere prese al volo prima di arrivare al precipizio. Sono andate oltre, e a spingerle oltre è stato lui.

(tratto da Hollywood Dreaming (Insight Editions).

Fonte estratto: http://www.vice.com/it/read/bungalow-89-a10n6-874 )

La tentazione di lasciarsi andare a speculazioni è forte davanti a uno scrittore che si è ritirato volontariamente in isolamento. Cosa sarebbe successo se non l’avesse fatto? Staremmo cedendo alla tentazione di trovare nelle sue opere le tracce di un movente?

Dipende, non si può dare una risposta certa, ma facciamolo per un’ultima volta. Cerchiamo nelle parole di Franny il pensiero di Jerome David Salinger:

–Tutto quello che so è questo, – disse Franny. – Se sei un poeta, fai qualcosa di bello. Cioè, la gente s’aspetta che tu lasci qualcosa di bello quando finisci la pagina e così via. La gente di cui parli tu non lascia nulla, non una cosa che sia bella. Quelli che magari sono un tantino migliori non fanno altro che entrarti nella testa e lasciartici dentro qualcosa. Ma solo perché lo fanno, solo perché sanno lasciare qualcosa, non è detto che debba essere una poesia, per amore del cielo. Può darsi che sia soltanto una specie di gocciolio sintattico terribilmente affascinante…

Continuare a scrivere dopo il gran peso sulle spalle del giovane Holden e rischiare di diventare un «gocciolio sintattico», come le battute dei suoi dialoghi, o scegliere il silenzio.

Probabilmente neanche questa è la spiegazione della sua autoreclusione, ma ora abbiamo compreso. Chiunque Salinger fosse, a noi basta capirlo e conoscerlo attraverso la sua scrittura.

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