Senzanome

Qualcuno stava attraversando Dumaine street e ha detto qualcosa di divertente e l’intero isolato ha iniziato a ridere. Così James Andrews ha iniziato a suonare la tromba inventando una canzone con le parole dette dall’uomo. Poi suo fratello Buster è uscito dalla porta suonando il tamburo, dandogli il ritmo. Hanno iniziato a telefonare gente e in poco tempo avevamo una band davanti alla porta. Il piccolo James sta scrivendo e presto avrà buttato giù una canzone. E poi, sapete, la stavo ascoltando alla radio.

Un anziano abitante di New Orleans offre una descrizione concitata di Tremé, uno dei quartieri più antichi della città, il luogo dov’è nato il jazz. Quando si parla di New Orleans, infatti, è sempre bene non fare di tutta l’erba un fascio, si parla per quartieri, si parla di una città che affonda le radici in una miriade di culture diverse: americana, francese, creola, africana.

Ma si parla anche di una città che da poco si è ripresa dall’essere stato il simbolo della contraddizione governativa americana. Non è strano sentire chi dice che solo i newyorchesi possono capire il disastro provocato dall’uragano Katrina, perché di entità paragonabile all’11 settembre.

Per le immagini dell’impatto degli aerei contro le torri gemelle e per quelle della distesa d’acqua dalla quale emergono solo i tetti delle case, il sentimento d’impotenza è lo stesso e i due eventi non hanno mai preso distanza l’uno dall’altro perché per entrambi si parla di responsabilità umane.

Il disastro di Katrina non sta soltanto in un uragano di categoria 5 che si abbatte sulla terra ferma, ma anche nel provocare conseguenze inimmaginabili da parte di quelli che dovevano essere i soccorsi.New_Orleans_flood_1

Fino a quando, però, c’è una distanza fisica quasi empatica tra noi e le tragedie non dovremmo sentirci in diritto di giudicare alla leggera. Anche perché dai media arriveranno miriadi di fatti spacciati per verità che non faranno altro che allontanarci da un giudizio concreto.

La prima cosa che si legge aprendo Zeitoun è che non si tratta di «un’opera di fantasia ed è basata sui racconti di Abdulrahman e Kathy Zeitoun». Siamo di fronte all’ennesimo racconto parziale, non esaustivo, su New Orleans e l’uragano.

Il 26 agosto 2005 casa Zeitoun, come ogni mattina, si sveglia rumorosamente da quando i quattro bambini aprono gli occhi. I genitori sono presto operativi per mandare avanti la ditta Tinteggiature e ristrutturazioni, famosa in tutta la città per i suoi servizi di qualità. Solo due giorni dopo, la tempesta imperverserà sulla loro casa e da lì in poi, quando moglie e figli si saranno rifugiati fuori città, Abdulrahman, rimasto solo, interpreta la sua permanenza come una missione conferitagli da Dio. Vede la città allagarsi, prende la sua canoa, monitora le sue proprietà e aiuta le persone rimaste intrappolate.

Dagli occhi di Zeitoun vediamo che il grande assente in questa storia è il governo, relegato nelle zone di soccorso costruite nelle parti più alte della città, con qualche elicottero che salva chi si è rifugiato sul tetto o sgancia rifornimenti e, infine, con una grande quantità di armi. Per i dieci giorni che Abdulrahman passerà in giro per la città le vedrà in lontananza, da alcuni sciacalli che stanno saccheggiando una stazione di benzina e dai militari che passano quasi indifferenti con gli idroscivolanti.

La solitudine in una realtà a dir poco apocalittica lo porta a ripercorrere la sua infanzia in Siria, in una famiglia numerosa, il momento in cui ha iniziato a lavorare e quello in cui ha deciso di stabilirsi negli Stati Uniti. Non poteva trovare città migliore di New Orleans ad accoglierlo: una realtà che gli ha permesso di costruire senza demolire il proprio bagaglio d’identità. Poi c’è stato l’11 settembre e qualcosa ha iniziato a inclinarsi come sguardi strani per il suo inglese non proprio perfetto e per una moglie che indossa lo hijab.

NewOrleans-e1440837485963Ciò che è culturalmente lontano e geograficamente vicino al Medio Oriente, diventa sinonimo di pericolo e tale diffidenza diventa un tumore in stato di avanzamento quando s’insinua anche nelle istituzioni di una nazione che si dice democratica.

Le ricerche sul libro sono iniziate nel 2005, dopo aver letto la storia della sfortunata famiglia in Voices from the storm, pubblicata da McSweeney’s, e si sono poi spinte a interviste e viaggi tra l’America e la Siria.

Dopo un lavoro potente ma autobiografico come L’opera struggente di un formidabile genioEggers con La fame che abbiamo, Conoscerete la nostra velocità e Erano solo ragazzi in cammino. Autobiografia di Valentino Achak Deng, ha intrapreso una ricerca senza carattere con i primi due, e più definita con l’ultimo, per portare alla conoscenza dei lettori luoghi lontani e sconosciuti, defilati dall’America e per questo incompresi.

La penna di Dave Eggers non è mai allusiva e non si confonde con la voce di Zeitoun, ma lascia in chi legge il tempo per farsi le domande e darsi risposte sperando che siano quelle giuste. Immaginate di affrontare un’ipocrisia dormiente – identificare tutti i musulmani con i terroristi – e unirla a contraddizioni della società come la violazione dei diritti umani nel carcere di Guantánamo, il risultato è? Assolutamente niente, se non la conferma che si è autori del marcio che viene dall’interno.

La nonfiction passa alla distopia, soltanto che la descrizione di una realtà spaventosa non è immaginaria e all’improvviso l’uragano Katrina è niente in confronto a un regime del terrore che abbandona la civiltà e viola diritti umani. Perché l’uomo è un essere a spontaneamente colmo di speranza e vederla sparire in nome di un pregiudizio dilagante è davvero l’inizio dell’apocalisse.

Oggi New Orleans si è ripresa, non dimentica, ed è pervasa dalla forza più importante: la pura e semplice fede, non importa in che cosa, perché «non esiste fede pari a quella di chi costruisce case lungo la costa della Louisiana».

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Autore: Dave Eggers

Editore: Mondadori

Anno: 2011

Traduzione: Matteo Colombo

Pagine: 311

Prezzo (cartaceo): € 10

Prezzo (ebook): € 6,99

P.S.:

  • La citazione iniziale è tratta e liberamente tradotta da 10 years after Katrina del New York Times;
  •  Lithub ha consigliato altri libri per i dieci anni dall’uragano.
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