Illustration: Matt Blease
Illustrazione: Matt Blease

I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? è un titolo perentorio e fa sentire la sua voce tanto da incuriosire qualsiasi occhiata superficiale allo scaffale della libreria.

La frase viene direttamente da Dio, che parla attraverso il profeta Zaccaria nell’Antico Testamento, e avverte che coloro che non hanno ascoltato la voce dei profeti del Signore sono destinati a essere puniti.

Anche la religione salirà sul banco degli imputati nel processo immaginario di Thomas. Il giovane trentaquattrenne, dalla vita in declino, allestirà un tribunale in una base militare abbandonata e chiamerà a testimoniare alcune persone che avranno avuto a che fare con la sua vita, anche se superficialmente.

Più che testimoni saranno delle vere e proprie vittime, legate a un palo e costrette a rispondere alle domande di un giovane alla ricerca di una verità non ben definita, per se stesso e per intere generazioni moderne.

Non c’è molto di cui scrivere per un romanzo privo d’azione, statico nella finzione nel senso letterale del termine, e così la scelta ricade sull’uso del dialogo dall’inizio alla fine, senza intramezzi indiretti o accenni a pensieri e riflessioni inconsce. La forma del dialogo scomoda precedenti classici con lo scopo di intavolare un’indagine morale, senza incardinarla in una dottrina che dissimula una verità universale e scoraggia la ricerca personale.

È solo attraverso semplici battute che conosceremo l’età, la personalità, la storia degli ostaggi di Thomas: l’astronauta che gli aveva confessato con tanta passione di voler andare in missione sulla luna; il deputato, mutilato di guerra, comprensivo e sincero quasi quanto una figura paterna; seguiranno a ruota il rapimento della madre, di un poliziotto, di un’infermiera e di una ragazza appena conosciuta. Dopo lo sgomento iniziale e la promessa di non far loro del male, risponderanno alle domande del protagonista che sonderà le reciproche esistenze.

I dubbi di Thomas, mai risolti fino alla fine, avranno un corollario di risposte volte a delineare una mappa precisa del presente. Più che un dialogo botta e risposta, durante la lettura diventerà un monologo che parte dalla domanda fondamentale: dov’è finito il sogno americano, questo concetto mutevole che ha fondato il presente ed è destinato a morire in un futuro molto vicino.

Se sogno americano voleva dire orgoglio e slancio, come nella conquista dello spazio da parte dell’astronauta, beh, quell’ideale è morto con lo smantellamento dello Shuttle.

Se sogno americano voleva dire forza e speranza di pace, come crede di sostenere il deputato reduce dalla guerra del Vietnam, tutto si è risolto in un’ennesima contraddizione e con il finanziamento di altrettante guerre.

Il problema riguardo a tutte queste cose che dici, all’istruzione e tutto il resto, è che questi sono problemi cronici, e non problemi critici. Noi finanziamo le faccende più urgenti, quelle con cui tutti possono solidarizzare e più o meno concordare. E tutti concordano sul finanziamento delle truppe di stanza in un Paese straniero. […]

Ma troveremo mai quel tipo di slancio per chiedere soldi in prestito alla Cina per pagare una qualche riforma del sistema scolastico? No. Perché quello non è un problema critico. Se domani ci fosse un’invasione aliena, e l’unico modo di vincere contro gli alieni fosse finanziare una riforma della sanità, allora troveremmo quei soldi.

(I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, p.41)

Se sogno americano era tolleranza e aiuto reciproco, ora è diffidenza e terrore dell’altro che si risolve in un puntare il dito/etichettare/accusare continuo, senza l’esercizio del giudizio.

Se io andassi a un incontro degli Alcolisti Anonimi e insinuassi di avere “qualche problema” con l’alcol senza essere un alcolista, mi caccerebbero a pedate. Eppure forse un problemino ce l’ho. Magari un paio di volte all’anno bevo un bicchiere di troppo e dico qualcosa di cui poi mi pento. Magari un paio di volte all’anno collasso, da solo a casa, dopo aver bevuto troppi Manhattan. Una volta all’anno torno in auto alticcio, quando sarebbe meglio prendere un taxi. Questo fa di me un alcolista? Molti direbbero di sì. Molti direbbero che o lo sei o non lo sei. Usano quel vecchio detto: “non puoi essere un po’ incinta.” Hai presente?

(I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, p.69)

Clifford illo Illustration: Clifford Harper/Agraphia.co.uk
Clifford illo Illustration: Clifford Harper/Agraphia.co.uk

L’indagine di Thomas parte dalla storia personale per abbracciare conoscenze universali dell’attuale società. Le sorti del singolo che ha smarrito la strada si mescolano a quelle della massa. I quesiti hanno l’obiettivo di trovare collocamento a un emarginato che cerca giustificazione per una vita senza senso: Thomas ha perso la speranza di fare carriera vedendo la fine che ha fatto l’amico astronauta; attribuisce la mancanza di senno a un professore che ha avuto atteggiamenti equivoci verso gli studenti, senza mai toccarli; darà la colpa anche alla madre per non essere stata affettuosa e severa quando ce n’era bisogno; perde le speranze in un reinserimento nella società guardando all’amico ucciso ingiustamente dalla polizia.

L’approccio vittimistico lo porterà a confrontarsi con le proprie ipocrisie – «Vedi, nessuno me l’aveva detto. Se qualcuno mi avesse spiegato i passi, avrei potuto arrivarci» – e gli farà cercare disperatamente un destino universale anche se sbagliato, come quando “invidia” i tempi del deputato dove c’erano i valori forti e il destino già scritto della partecipazione alla guerra. Thomas, invece, ha fatto sempre la parte del martire: alzava gli occhi verso il crocifisso e vedeva se stesso, lassù sanguinante. Perché in fondo anche la religione cristiana parla di responsabilità ma punta il dito verso gli altri, mai verso se stessa, fino a quando l’unica conclusione che si ricava dall’Antico Testamento è che sono stati gli ebrei a mandare a morte il figlio di Dio.

A chi attribuire la colpa per l’esistenza di uno squilibrato come Thomas? In fondo la storia è personale fino a un certo punto, fin quando cioè l’individuo non costruisce se stesso confrontandosi con l’esterno.

L’oscillare tra il dentro della storia privata e il fuori, squarcia in due la società americana. Da una parte gli integrati si accontentano di avere un posto nel mondo anche se non è quello che desiderano, dall’altra gli emarginati rispuntati indietro perché irrecuperabili.

Dico sul serio, perché non abbiamo una specie di progetto per quelli così? Immagino che i solo progetto governativo sia sbatterli tutti dentro, e capisco l’impulso di isolarsi dal resto della società. Fin lì ci arrivo. Ma poi c’è gente come me e Don, che in realtà non hanno mai fatto niente di male

(I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, p.47)

Ma se non si può essere liberi di realizzarsi, se non si è più liberi di sbagliare ed essere salvati, possiamo ancora parlare di libertà?

Nonostante Thomas non arrivi mai ad essere un eroe tragico, non ci sentiremo neanche in grado di considerarlo completamente pazzo. La sua è una riscoperta fondamentale e ovvia: la consapevolezza di dover fare domande e lo scoprire di non avere le risposte.

Sotto questo punto di vista l’urgenza di un’opera completamente scritta come un dialogo regge fino alla fine, a parte alcune battute dall’intento didascalico e la debolezza narrativa dell’ultimo rapimento, a dir poco insensato, l’intento di fondo fa perdonare alcune sue imperfezioni.

Pubblicato un anno fa quando in Italia usciva Il cerchio, I vostri padri non è un libro scandalo o di denuncia, è una spina nel fianco del credo americano e ha aggiunto polvere sotto il tappeto alzato del sogno americano.

E noi speriamo che la sua attualità si esaurisca a breve. Per adesso non l’ha ancora fatto.

41GKI955HRL._SX333_BO1,204,203,200_Autore: Dave Eggers

Editore: Mondadori

Anno: 2015

Traduzione: Marco Rossari

Pagine: 192

Prezzo (cartaceo): € 19

Prezzo (ebook): € 9,99

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