Nelle piccole realtà capita di non chiudere mai a chiave la porta di casa. Attingendo alla riserva di film e telefilm d’oltreoceano, figuriamo immediatamente un viale alberato, colorato, in pieno autunno, dai rossi e dagli arancioni di foglie svolazzanti. Qui le case hanno l’antiporta, di solito con zanzariera, seguita dalla porta d’ingresso, ma nessuna delle due serrature si oppone all’entrata di un visitatore.

Questo perché nei piccoli paesi tutti conoscono tutti e sarebbe un atto di sfiducia barricarsi dietro una doppia mandata. Vorrebbe dire che si ha qualcosa da nascondere.

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A Salem’s Lot il senso di comunità è dimostrato condividendo la facciata esterna della propria vita con il resto della cittadinanza. E quando arriva il forestiero, le serrature continueranno a restare aperte, e si procederà allo sport preferito del paese: il gossip selvaggio. Nel caso poi ci sia qualcuno che minaccia la proprietà di questo mondo conosciuto come le proprie tasche, si rivendicherà la proprietà con la carabina appesa dietro la porta. Ma questa è un’altra storia.

Dovrebbe essere una storia di vampiri, una molto diversa dalla visione di redenzione che Anne Rice gli avrebbe donato l’anno successivo.

Ben Mears è uno scrittore che torna a Jerusalem’s Lot, cittadina che l’ha cresciuto per alcuni anni. Vuole scrivere un romanzo per fronteggiare in qualche modo la terribile esperienza in Casa Marsten, la dimora che si crede maledetta per i terribili fatti che vi ebbero luogo. Intanto, però, nel Lot giungono altri due misteriosi individui.

Stephen King, al suo secondo romanzo, occupa il New England con nuovi coloni, più antichi dei puritani, l’incubo vero: i vampiri.

Anche questi vengono dall’Europa e, più precisamente, discendono da un classico ben preciso: nelle teste dei protagonisti ruotano i riferimenti letterari di Dracula tanto che non resisteranno a paragonarsi persino ai personaggi di Stoker.  Non basta trasferire una storia da un continente a un altro per farla propria, così King, protetto dall’ala del classico e con la benedizione maledetta di Shirley Jackson, una delle sue madri letterarie, non aggiunge niente alla figura del vampiro, ma dice molto della piccola comunità americana.enhanced-buzz-15136-1374611538-21

Ma, soprattutto, il paese ti tiene, perché lo conosci come conosci la curva del seno di tua moglie. Sai chi è che bazzica di giorno il negozio di Crossen da quando la Knapp Shoe ha sospeso gli operai, sai chi ha problemi di corna prima ancora che lo sappia lui. […]

Vivere in paese è un quotidiano assoluto atto d’amore, così completo da far sembrare ciò che fai con tua moglie nel cigolante lettone banale come una stretta di mano. Vivere in paese è prosaico, sensuale, alcolico. E, nel buio, il paese è tuo e tu sei del paese e insieme dormite il sonno dei morti, proprio come le pietre ammonticchiate nel tuo campo settentrionale. Non c’è vita qui, ma la lenta morte dei giorni; sicché quando il Male allarga le sue nere ali, la sua venuta appare ineluttabile, dolce, obliosa, quasi che il paese già sapesse che il Male stava giungendo, e conoscesse anche la forma che avrebbe assunto. […]

Ecco i segreti del paese: alcuni saranno in seguito conosciuti, altri non lo saranno mai. Il paese li terrà definitivamente celati dietro il suo volto impenetrabile.

Il paese si cura poco delle attività del Maligno, non più di quanto si curi di quelle di Dio o dell’uomo. Conosce la tenebra, e tanto gli basta.

C’è Lawrence Crockett che per arricchire il suo patrimonio non esita a stringere patti illeciti con lo straniero, c’è un prete che affoga nell’alcol chiedendosi di quale male la Chiesa stia morendo e qual è il reale male del mondo, c’è la ragazza divenuta donna troppo in fretta che picchia il figlioletto ancora neonato, c’è uno sciorinare di nomi e vicende mostruose quando King, in un capitolo, al ritmo delle ore del giorno, entra ed esce nelle vite dei personaggi che popolano il paese, strappandoli dalle loro apparenze.

Dei vampiri c’è traccia come di una malattia che si diffonde, più interessati a proliferare numericamente che nutrirsi istintivamente. I sintomi del male si sono trasformati in una malattia sotterranea ben prima della loro venuta e, proprio per questo, si manifesteranno con piccole apparizioni almeno nella prima parte del romanzo. Barlow non è l’unico vampiro per il semplice fatto di essere il padre di una generazione destinata a ingrandirsi, ma non è il vero protagonista come lo era Dracula.

Come un moderno Bram Stoker, King riesce a coniugare lo stile del romanzo corale con la personalizzazione della creatura della notte impiantata sul suolo americano. E lui che tanto odia essere classificato come scrittore di un qualsiasi genere letterario si affanna per non auto-circoscriversi in confini che gli starebbero troppo stretti.

E allora, come in Carrie dove uno dei temi portanti era, guarda un po’, il putridume dei figli di papà nelle scuole, una delle comunità che si incontra appena fuori dal nido familiare, Le notti di Salem è un’analisi spietata di una comunità allargata, forse un’evoluzione della precedente.

Se proprio vogliamo dirla tutta, poi, il male soprannaturale, fondato sul terrore improvviso o, addirittura su una sensualità mortale, sembra una specie di consolazione (una liberazione?) rispetto al Male perennemente presente nelle vite di ognuno.

La risposta, naturalmente, sta a voi e vedete di invitare dentro quel simpatico uomo pallido che vi chiama dalla finestra. Fuori fa un freddo cane.

king_007-193x300Autore: Stephen King

Editore: Bompiani

Anno: 1989

Traduzione: Carlo Brera

Pagine: 441

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