130614_wayptw_sims_featuredQuando si parla di zombi li si associa spesso alla parola “apocalisse”. In questo modo il singolo corpo putrefatto moltiplica la sua immagine fino a diventare parte di una massa indistinta. Al contrario di altre creature dell’orrore come lupi mannari o vampiri, gli zombi sono gli unici a essere temuti, non individualmente, ma come parte di un malessere che si propaga, un virus. Sono la personificazione di un’epidemia incontrollabile.

Queste sono le caratteristiche più evidenti che negli ultimi anni hanno fatto da anello portante a show come The Walking Dead, o a libri come World War Z di Max Brooks, a loro volta preceduti dalla precisa rappresentazione che ne ha dato George Romero con la saga dedicata ai non morti, o, ancora, alle rivisitazioni ironiche e tremendamente attuali de L’alba dei morti dementi.

Se da una parte la dimensione degli zombi è facilmente definibile dalle peculiarità più evidenti, dall’altra questa stessa riconoscibilità è servita a vestirli di diversi significati per adattarsi alle implicazioni sulla coscienza umana.

Più che Quella luce negli occhi per il romanzo di Bennett Sims mi servirei della traduzione letterale del titolo originale: A Questionable Shape, una forma discutibile, da mettere in discussione.

L’apocalisse zombi è arrivata ed è passata, quasi con la facilità di un uragano, a Baton Ruge. La FEMA ha arginato l’epidemia catturando e trasferendo i non morti in centri di quarantena. I sopravvissuti, sopravvivono. Michael Varmaelen e Matt Mazoch vagano nella città in cerca del padre di Matt, che probabilmente strascica i piedi e ha l’espressione bianca e vuota della non morte.

I loro pellegrinaggi si svolgono in luoghi dove è più probabile che il padre-zombi ritorni:

Una cosa finora abbiamo capito dei non morti: ritornano a ciò che gli è familiare. Vagano nostalgicamente fino ai luoghi che nella vita precedente erano per loro carichi di significato, ragione per cui non è insolito trovare un non morto precisamente là dove stava prima. La sua casa, il suo ufficio, le piste ciclabili intorno al lago, il bar.

(Quella luce negli occhi, p. 15)

tumblr_mj8ve6seiT1rsnh6wo1_1280Si parla di zombi al singolare, più precisamente si parla di non morto, come terrà a notare anche il narratore, perché gli zombi sono «quei mostri nati dagli esperimenti mentali sul dualismo filosofico tra corpo e mente». Ogni singolo non morto è un’entità a sé, passato presente e un non brillante futuro.

Nessuna dicotomia può separare la creatura dall’essere umano perché collegati da un filo che non è vita e non è morte. È la coscienza? Più volte Michael, il narratore della storia, s’interrogherà sulla natura dei corpi putrefatti. Vagano nei luoghi della loro vita e, nel suo terrore paranoico ma controllato, il giovane concorderà con l’amata Rachel: la creatura coincide con l’umano, ancora dotato del proprio diritto alla vita anche se rimane una figura indefinibile.

Ancora oggi non riesco a dare una definizione di non morte senza ricorrere ai né: per quanto ne abbia raggiunto un certo livello di comprensione, ho sempre la sensazione che qualcosa mi sfugga. Una condizione limite, irriducibile alle solite dicotomie. Per questa ragione l’espressione «morto vivente» – nella sua ossimorica abnegazione – racchiude meglio di altre la singolare condizione esistenziale che vede queste creature imprigionate tra due mondi.

(Quella luce negli occhi, nota p. 71)

Il fatto di essere sulla terra, a espletare alcune funzioni fisiche di base, come il camminare, li distacca dalla soluzione definitiva della morte.

La non morte è una pausa immortale alla vita che rimane insondabile come l’oblio della dipartita eterna. Quel che rimane dell’umano è automatizzazione della vita passata, non tanto accusa quanto rassicurazione: nonostante il decadimento fisico e mentale è probabile che una piccola parte della coscienza sopravviva per sempre.

E Michael non vede altro che corpi di umani. Per quanto si affanni negli esercizi di defamiliarizzazione, dove si dovrebbe imparare a separare il proprio caro dalla creatura potenzialmente latente in esso, pronta a divorarti le budella, il risultato è l’impossibilità della divisione tra lo zombi e l’essere che è stato.

Si trova continuamente in accordo con Rachel e in dubbioso disaccordo con Matt, semplicemente perché nessuno dei due può avere ragione e generalizzare è impossibile. Ed ecco rifugiare Michael in tutte le conoscenze apprese in passato, dalla filosofia alla psicologia, vedendo la figura dei non morti anticipata e stranamente vicina alla vita: come quando il morso del non morto significa di padre in figlio o le sue mani che annaspano alla ricerca di vittime ricordano le mani di un’ostetrica che devono accogliere il bambino nella vita.

Bennett Sims alla sua prima opera, ha una prosa ferma e controllata, che nelle note approfondisce in ulteriori narrazioni autoconclusive. Fa letteratura di un orrore diverso dalla letteratura di genere contemporanea. In realtà evitiamo di parlare di genere, quel fastidioso confine che non sembra lasciarci oltrepassare i canoni letterari già affermati. Sims è la dimostrazione dell’impossibilità di un confine perché la scrittura è densa e magmatica, nel senso della completa assenza di azione, e si fa introspettiva: tutto quello che accade è nella testa dei protagonisti che, nella lentezza della fine del mondo, riscoprono il significato di una quotidianità data per scontata.

Che cosa significa vita, un insieme di frammenti magnetici, altrimenti detti ricordi, che si addensano col tempo?

Cosa significa famiglia e quanto si può dire di conoscere i propri cari? Di quante piccole schegge magnetiche dei loro ricordi siamo a conoscenza?

Chi ha detto che quegli occhi vitrei, dalla visione attonita e appannata della realtà, non nascondano un’altra vita?

quella luce negli occhiAutore: Bennett Sims

Editore: Edizioni Clichy

Anno: 2015

Traduzione: Sara Reggiani

Pagine: 280

Prezzo: € 15

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