Una cosa divertente che non farò mai piùAutore: David Foster Wallace

Editore: minimum fax

Anno: 2012

Traduzione: Francesco Piccolo, Gabriella D’Angelo

Pagine: 149

Prezzo (cartaceo): € 12,50

Prezzo (ebook): € 9,99

 

Ospite a Charlie Rose, un talk show degli anni Novanta, David Foster Wallace diede la sua definizione di scrittore:

Writing for publication is a very weird thing because part of you — part of you is a nerd and you want to sit in libraries, you don’t want to be bothered and you’re very shy. And another part of you is the worst ham of all time. “Look at me. Look at me. Look at me!

Scrivere per pubblicare è una cosa strana perché parte di te è un nerd e vuole solo stare seduto nelle biblioteche, non vuole essere disturbato ed è molto timido. E un’altra parte di te è il peggior pagliaccio di sempre. “Guardami! Guardami! Guardami!”

L’intento delle chiacchierate da Charlie era anche sondare territori lontani o lontanamente correlati all’attività dell’ospite, proprio per non parlare di cose su cui quest’ultimo era abbastanza preparato (come uno scrittore sulle sue opere). Insomma un’associazione di idee che avrebbe dovuto restituire al pubblico un’immagine più chiara del vip in questione.

Wallace, che non poteva ignorare il potere della televisione, il mezzo dal quale si soddisfaceva l’illusione del bisogno voyeuristico del guardare senza essere osservati, sembra afflitto da un’identità bifronte tanto che alla domanda sul significato delle note a piè pagina nelle sue opere, lui risponderà con «Well, I’m just going to look pretentious talking about this» (Beh sembrerò un presuntuoso a parlare di queste cose) e Charlie sbotterà simpaticamente in «Why — quit worrying about how you’re going to look and just be!» (Perché? – smettila di preoccuparti di come appari e sii te stesso).

In Una cosa divertente che non farò mai più una delle poche cose sicure che Wallace sa è di non essere un giornalista. Nonostante questo il risultato è un saggio acutissimo sull’americanità contemporanea.

La rivista Harper’s gli commissiona un reportage su una crociera extralusso ai Caraibi e per una settimana Wallace seguirà le attività sulla nave Nadir.

sup-585x182Sin dall’inizio del viaggio, prima di salire sulla nave, entra in atto l’inganno universale: il bagno di sudore, l’attesa, la fila, saranno solo reminiscenze sbiadite una volta saliti a bordo perché il mare inghiottirà la vita e produrrà soltanto divertimento. Inghiottire è il verbo più adatto perché la crociera prenderà voi, la vostra vita stressata e, semplicemente, le digerirà, tirando fuori un nuovo essere. Ma, come sappiamo, il prodotto della digestione non è niente di buono:

In queste crociere extralusso di massa c’è qualcosa di insopportabilmente triste. Come la maggior parte delle cose insopportabilmente tristi, sembra che abbia cause inafferrabili e complicate ed effetti semplicissimi: a bordo della Nadir – soprattutto la notte, quando il divertimento organizzato, le rassicurazioni e il rumore dell’allegria cessavano – io mi sentivo disperato. Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte. E viene voglia di buttarsi giù dalla nave.

Quello che era atto in potenza nella normale pubblicità diventa realizzazione concreta del sogno e le difese contro le bufale cessano di esistere. Parte della colpa è della stessa compagnia che evoca le fantasie più sfrenate, qualcosa che è impossibile trovare nella vita quotidiana. Crea, insomma, una vita parallela curandola con la «manutenzione anfetaminica»: attività, giochi, feste, benessere, pulizia. Cose che si potrebbero attribuire alla fratellanza, all’amore universale tra gli uomini, cure a cui si dedica solo chi prova sentimenti che gravitano intorno all’affetto.

Per parlare di sentimenti reciproci bisogna essere almeno in due ma gli occhi dell’equipaggio, la stessa donna delle pulizie di Wallace, il servizio in cabina totalmente gratuito, tutti quelli che promettono di prendersi cura del bene dei nadiriti nascondono la stessa profondità emozionale riservata a un ospite indesiderato.

L’altra parte della colpa è dei partecipanti alla crociera. L’abilità principale è il saper mentire a se stessi persino sul motivo del viaggio:

[Nota 24] Sono abbastanza sicuro di sapere da cosa deriva questa sindrome e che relazione ha con la seducente promessa della brochure di una totale soddisfazione dei propri desideri. Quel che è in gioco qui, secondo me, è il sottile pudore universale che accompagna la soddisfazione dei propri desideri, il bisogno di spiegare praticamente a chiunque che la soddisfazione dei propri desideri non è in realtà soddisfazione dei propri desideri. Tipo: io non vado a farmi un massaggio, ci vado perché questo vecchio dolore alla schiena che mi sono procurato facendo sport mi sta ammazzando e allora mi obbliga a fare i massaggi; oppure, non è che voglio una sigaretta, io ho bisogno di una sigaretta.

tumblr_inline_mwgx2pAKsy1rdmy7pLa giustificazione del proprio egoismo è uno scoglio che neanche il mare eroderà, ma che, invece, accrescerà con le scorie di lussuosi pasti, water ad alto tiraggio, pessime barzellette di vecchi WASP, e allontanerà inevitabilmente dall’entrare in comunione con l’altro per alleviare la disperata solitudine individuale.

Quello di cui soffre Wallace è un’infinita tristezza e una totale mancanza di affetto che matureranno nel disgusto dell’essere americano, dell’essere associato a una mandria di uomini dai polpacci glabri, facce rosse e spellate, esperti maneggiatori di fucili nel tiro al piattello. L’ostentazione del lusso, il vizio che produce altro vizio sempre più grande del precedente, le verità che sono lì in bella vista, ma che vengono inconsapevolmente ignorate.

È probabilmente in questo reportage che Wallace sperimenta un tipo di note diverso da quello di Infinite Jest. In Infinite Jest, diverso per essere un’opera di fiction, le note frammentavano il racconto con ulteriori dettagli e narrazioni, qui le note rifletto pensieri molto più brevi ma altrettanto taglienti e dimostrano come anche l’ironia (e l’autoironia) sia la forza attraverso cui Wallace ha esperienza del mondo.

Una cosa divertente che non farò mai più è anche un libro per conoscere David Foster Wallace e approfondire il rapporto tra lui e tutto quello che lo circonda, continuamente tormentato da ridefinizioni di una personalità che non riesce ad arrivare all’omologazione. Dolorosamente? Sì anche dolorosamente. Se la forza di cui Wallace non era consapevole avesse ceduto dandolo in pasto alla sua americanità probabilmente non avremmo letto molte delle cose che ha scritto.

Vi lascio il video del Charlie Rose, dal quale ho preso le citazioni iniziali. Il video è diviso in quattro parti dove Wallace discute anche di cinema (l’incontro con David Lynch per esempio), insegnamento e insegnanti universitari e ovviamente anche di Infinite Jest.

 

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