Se state pensando al porno vi sbagliate di grosso. Non mostreranno nulla ma saranno sensuali, violente, deludenti, insomma intime. Saranno citazioni che ricorderanno perché non è tutto come nei film.

John Cheever, Hudson Valley, Stati Uniti, nel 1974. (Jerry Bauer, Opale/Luzphoto)
John Cheever, Hudson Valley, Stati Uniti, nel 1974. (Jerry Bauer, Opale/Luzphoto)

«Lei è nuova» osservò Francis.

«Sì, la signora Henlein è ammalata. Mi chiamo Anne Murchinson.»

«I bambini le hanno dato disturbo?»

«Oh, no, no.» Si voltò e gli sorrise mestamente alla luce fioca del cruscotto. I suoi capelli chiari erano sparsi sul bavero della giacca, e lei scosse la testa per riassestarli.

«Lei stava piangendo?»

«Sì»

«Spero che non sia per qualcosa successo in casa nostra»

«No, no. Non è successo niente in casa vostra.» La sua voce era piena di tristezza. «Non è un mistero, tutti lo sanno in paese. Mio padre è alcolizzato, e mi ha appena telefonato da qualche bar per comunicarmi le sue opinioni. È convinto che io sia una ragazza immorale. Mi ha telefonato appena prima che tornasse la signora Weed.»

«Mi dispiace»

«Oh, mio Dio!» Singhiozzò la ragazza e scoppiò a piangere. Si voltò verso Francis e lui la prese tra le braccia e la lasciò piangere sulla sua spalla. Lei sussultava nell’abbraccio, e questo movimento accentuava la sensazione che lui aveva della purezza della sua carne. Il tessuto dei suoi abiti era molto sottile e quando il tremito della ragazza si fece meno convulso, la sensazione fu così simile a un orgasmo che Francis perse la testa e la strinse più forte. La ragazza si scostò. «Abito in Belleview Avenue gli disse. Deve percorrere Lansing Street fino al ponte della ferrovia.»

«Va bene» rispose Francis accendendo il motore.

«Ecco, volti a sinistra a quel semaforo…E ora a destra, e poi sempre diritto verso i binari.»

La strada condusse Francis fuori dal quartiere in cui abitava, al di là della ferrovia, in direzione del fiume, in una strada dove stava la gente quasi povera, in case che con i loro frontoni a punta e le decorazioni di legno intagliato esprimevano un senso di ambizione e di romanticismo, anche se, essendo tutte così piccole, non potevano offrire molta intimità o comodità. La strada era buia, e Francis, eccitato dalla grazia e dalla bellezza di quella ragazza tormentata, ebbe la sensazione, imboccandola, di essere penetrato nella parte più recondita di qualche ricordo sepolto. In lontananza vide il portico con la luce accesa. Era l’unica luca accesa, e la ragazza gli disse che la casa illuminata era la sua. Quando fermò l’auto, poté vedere, al di là del portico, un ingresso fiocamente illuminato e un antiquato attaccapanni. «Ecco, siamo arrivati» le disse, rendendosi conto che un uomo più giovane avrebbe detto qualcosa di diverso.

Le non mosse le mani dai libri sui quali le aveva intrecciate, ma si voltò e lo guardò in viso. Gli occhi di Francis brillavano di desiderio. Con determinazione, ma non tristemente, Francis aprì la sua portiera e girò intorno alla macchina per aprire quella di lei. Le prese la mano libera e tenendo le sue dita intrecciate tra quelle di lei, la accompagnò su per i gradini di cemento e poi per uno stretto vialetto che attraversava un giardino in cui erano ancora in fiore, sopravvissute al primo gelo, dalie, calendule e rose che davano all’aria notturna un profumo agrodolce. Davanti ai gradini di casa, la ragazza liberò la mano, si voltò e lo baciò lievemente. Poi attraverso il portico e chiuse la porta.

[John Cheever, Il marito di campagna, traduzione di Marco Papi, Feltrinelli, tratto da I racconti, edito nella collana ZOOM Flash, 2014]

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