Molte ragazze davvero belle hanno dei piedi davvero brutti, e Mindy Metalman non fa eccezione, pensa Lenore, all’improvviso. Sono piatti e lunghi, con le dita strombate e i mignoli afflitti da bottoni di una callosità giallognola che riappare a mo’ di battiscopa lungo i calcagni, e sul dosso dei piedi sbucano peluzzi neri arricciati, e lo smalto rosso è screpolato e si scrosta a boccoli per quant’è vecchio, mostrando qua e là striature bianchicce.

(David Foster Wallace, La scopa del sistema, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Einaudi, 2010)

Di David Foster Wallace si parla per ritratti, attraverso contorte interpretazioni nella speranza di carpirne il messaggio se mai ce ne sia uno. Chi lo vive attraverso i suoi libri ne trae un insegnamento, una morale, una qualsiasi cosa che lo possa avvicinare all’umanità. La vita di David Foster Wallace, o meglio, la vita del suo ricordo non può sopravvivere senza la morte che, come tutte le morti premature, è sprecata e inaccettabile.

Generazioni di lettori si affastellano sulla Domanda: il successo postumo è legato alla morte o la morte è legata al successo?

Non sono qui per dare una risposta semplicemente perché questa domanda è vera e falsa insieme e, soprattutto, perché il racconto di David, qualsiasi racconto che derivi da me, da voi, dai critici, non sarà mai David Foster Wallace. C’è un’altra incognita che ci fa illudere di sapere argomentare la risposta con solide motivazioni e che poi si rivela impossibile da risolvere: se la vita è un racconto o il racconto riesca a contenere la vita.

La scopa del sistema è un buon modo per iniziare a conoscere Wallace, non solo perché è l’opera d’esordio, ma perché si legge in nuce un modo di concepire la letteratura dopo l’endovena di conoscenza degli studi universitari, la vita del college, quella transizione non sempre immediata tra adolescenza e vita adulta, genialità che è sinonimo di stramberia, e cosa significa conoscenza di sé. È anche una prima visione degli ingredienti principali di un’opera narrativa, che poi sarebbero stati affinati negli anni fino a giungere a Infinite Jest.

scopa-industrialeLa storia, come sempre accade per i romanzi di Wallace, è difficile da riassumere, perché paradossalmente non ha una vera e propria centralità. La giovane Lenore, ha rifiutato di rispondere al destino di figlia di un grande industriale che produce omogeneizzati per bambini, e, dopo l’università – non quella di famiglia dove si sono formate le donne e gli uomini Beadsman – si impegna in un lavoro come segretaria in una casa editrice dalle pubblicazioni non ben definite e, in fondo, inesistenti. L’amata nonna, sua omonima, l’ha cresciuta a suon di Wittgenstein, ma scompare improvvisamente dalla casa di riposo. Da questo momento in poi la linearità della trama è abbandonata a favore di una narrazione fatta di salti temporali e di scena, come se la storia si dilatasse e non fosse niente a confronto della costruzione dettagliata di personaggi che non hanno importanza ai fini della stessa – procedimento che Wallace, ancora una volta, porterà alle estreme conseguenze in Infinite Jest.

Prima degli Incandenza, c’era la famiglia Beadsman, altrettanto disfunzionale come tutti gli altri personaggi che le graviteranno attorno. Di queste orbite, solo in un primo momento riusciamo a distinguere quella del protagonista, ma la sua densità, la capacità di attirare oggetti ed avvenimenti, si annullerà di fronte alla mole di descrizioni e dettagli di tutti gli altri.

Un marchio di fabbrica che Wallace usa soprattutto nella narrativa – e che nella non-fiction si tradurrà in un intellegibilità incredibile attraverso flussi di pensieri che colgono anche le più piccole contraddizioni – e che deriva da almeno due pregi: l’esasperata osservazione della realtà e l’ironia.

Il campionario dei personaggi di Wallace è così lungo da costituire opera autonoma, come un padre con innumerevoli figli, tutti diversi tra loro, accomunati da un elenco di tic, manie ed espressioni, così dettagliato da produrre personaggi grotteschi.

Basta leggere l’incipit che inizia dalla constatazione più semplice che una ragazza possa fare nei confronti di un’altra, ma si sviluppa in Lenore in un rifiuto della superficialità che poi dimostrerà nel corso della sua vita. O, ancora, Mr Bloemker che si fruga continuamente nella barba lercia, o Mr Bombardini che dichiara guerra al mondo decidendo di occuparlo fisicamente.

Tutto questo suona come eccessivamente dettagliato e, in qualche caso, eccentrico fino al paradosso, ed è un’enorme presa in giro, come il primo impatto dopo aver visto un’opera di Escher.

LENORE Be’, credo che non sia esattamente che la vita va raccontata anziché vissuta; è piuttosto che la vita è il suo racconto, e che in me non c’è niente che non sia o raccontato o raccontabile. Ma se è davvero così, allora che differenza c’è, perché vivere?

JAY Non riesco proprio a capire.

LENORE Forse non ha senso. Forse è completamente irrazionale e cretino.

JAY Però la disturba.

LENORE Intuizione di rara perspicacia. Se di me c’è unicamente ciò che di me si può raccontare, in cosa sarei diversa dalla donna nella storia di Rick, quella che si ingozza e che ingrassa e che alla fine spiaccica la figlia addormentata? Quella donna consiste esattamente di ciò che ne viene raccontato, no? Nient’altro da ciò che ne viene raccontato. Idem per me, a quanto pare. Nonna dice che mi dimostrerà che la vita è parole e nient’altro. Nonna dice che le parole possono creare e distruggere. Possono tutto.

[…]

JAY Io invece sento odore di breccia. Allora, la verità sarebbe che tra storia e vita non c’è differenza? Solo che la vita pretende di essere qualcosa di più? Mentre in realtà non è affatto qualcosa di più?

(David Foster Wallace, La scopa del sistema, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Einaudi, 2010)

broom_the_system-922x1024I racconti di Rick Vigorous, il fidanzato di Lenore, hanno il difetto di rimanere racconti e di soddisfare un lettore/ascoltatore nella successione di inizio, climax, finale. Come Wittgenstein aveva scritto che la filosofia non era una scienza, ma un’attività utile per la «chiarificazione del pensiero», così Lenore, come se volesse ripercorrere i passi del filosofo, si chiede se le sole parole sono un’attività abbastanza affidabile per arrivare alla conoscenza. Fino a quando lei stessa si commuoverà quando ascolterà una storia, presumibilmente vera, di Lang e della nonna che andava a trovare nella casa di riposo. Reale fin quando si ha la consapevolezza della realtà, tutto sta in come raccontarla.

Leggere di Lenore che legge e ascolta storie: un racconto metanarrativo. E non possiamo fare a meno di chiederci se i personaggi di tutte le narrazioni possibili siano meno reali proprio perché parte di quelle che noi consideriamo essere narrazioni, o se abbiamo incontrato uno di questi personaggi o parte di esso anche nella vita di tutti i giorni. Scommetto che la risposta non sarà negativa.

Forse il personaggio di Lenore è fin troppo esplicito per non lasciarsi andare alla tentazione di rintracciare Wallace stesso, così come è esplicita ed esasperata l’ironia, tanto da diventare stucchevole in alcuni passaggi.

In E unibus pluram: gli scrittori americani e la televisione Wallace scriverà:

E allora come mai l’ironia, l’irriverenza, il senso di rivolta si sono rivelati fattori non di riscatto ma di depauperamento per la cultura che oggi gli scrittori sperimentali cercano di descrivere? Un indizio va trovato nel fatto che l’ironia gode di ottima salute, è più forte che mai anche dopo trenta lunghi anni trascorsi come forma di espressione più brillante e innovativa. Non è soltanto una modalità comunicativa che si porta bene gli anni. Per citare Hyde (che, come avrete capito, io apprezzo molto), «la vera ironia si usa solo in casi di emergenza. L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre». Ciò è dovuto al fatto che l’ironia, per quanto divertente, svolge una funzione quasi esclusivamente negativa. È critica e distruttiva, fa tabula rasa. Questo di sicuro è il modo in cui la vedevano i nostri padri postmoderni. Ma l’ironia è particolarmente inefficace, quando si tratta di costruire qualcosa che prenda il posto delle ipocrisie che ha demolito.

(David Foster Wallace, Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più, traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo, Martina Testa, Minimum fax, 2011)

In questo caso specifico Wallace si riferisce al pericolo che la narrativa d’immagine corre quando cerca di prendere esempio dai padri del postmodernismo: l’inserimento di riferimenti pop, servendosi dell’ironia, diventa nocivo quando si pretende di distruggere anziché creare. Radere al suolo l’ipocrisia, eliminarla completamente, oltre ad essere vicino all’impossibile, è qualcosa che nuoce all’ironia stessa.

Con La scopa del sistema Wallace voleva essere un’alternativa, tra gli scrittori iniziatori del genere come Delillo e Pychon e i giovani della narrativa d’immagine. Ma forse ha forzato la mano e il risultato è un continuo stuzzicare di battute tanto da far confondere su cosa prendere sul serio e cosa no.

Avete l’impressione che vi abbia raccontato Wallace, naturalmente, e allora vi invito a prenderla come Lenore. Questo è solo un racconto.

image_bookAutore: David Foster Wallace

Editore: Einaudi

Anno: 2010

Traduzione: Sergio Claudio Perroni

Pagine: 558

Prezzo (cartaceo): € 20

Prezzo(ebook): € 6,99

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