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Luciano Funetta (fonte: Flickr)

Nell’ininterrotta lettura di libri, la parte più interessante è sondare i limiti e le preferenze del lettore e, eventualmente, se l’opera lo permette, superarli o ridefinirli continuamente.

Dalle rovine di Luciano Funetta è un’opera prima sorprendente, di una meraviglia quasi inquieta, una sensazione antinomica che assomiglia a una dipendenza.

Rivera è un’anima che si aggira nel limbo che lui ha scelto: ha lasciato il lavoro, ha lasciato la moglie e il figlio, preferendo i suoi serpenti. Un giorno si arma di videocamera, si sistema alcuni serpenti sul corpo nudo e viene. Dopo aver portato il filmino in un cinema a luci rosse, inizierà la sua carriera di successo nel porno, attirando personaggi come il raffinato produttore Jack Birmania, il regista Laudata, l’attrice Maribel, il grottesco Tapia.

In effetti la sensazione è che tutto il romanzo sia ambientato in un limbo, tra Fortezza, città immaginaria che sembra essere ripresa sempre nella sua oscurità anche quando illuminata dal sole; Barcellona, altrettanto cupa e lontana dalla movida che attrae i turisti.

Dal limbo all’inferno non ci vuole molto e si capovolgono le componenti tipiche di un romanzo (inizio, climax, risoluzione) per ambientarlo nel male puro. I personaggi ne sono le ombre: Rivera, un omone abbandonato al suo destino, quasi come se non fosse consapevole di avviarsi in un abisso dal quale non tornerà; Birmania, un protettore dell’arte cinematografica e pornografica; Tapia, la figura più inquietante, da incubo, ossessionato dall’idea di riportare l’arte distinta dal volgare giudizio di spettatori inesperti.

«Disse che gli uomini si dividono in tre categorie, quelli che si trovano nell’inquadratura, divisi a loro volta tra quelli che muoiono e quelli che danno la morte, e poi, fuori dall’inquadratura, dietro l’obiettivo, sulle poltrone e davanti agli schermi ci sono coloro che guardano. Sono loro ad avere il potere superiore, che deriva dal non aver bisogno di sporcarsi le mani, diceva sempre Tapia. Ne parlava con disprezzo, forse con invidia»

(Dalle rovine, Luciano Funetta, Tunué, p. 156)

Tra lui e Rivera si stabilisce un rapporto contraddittorio: il primo che sembra aver trovato il suo personaggio e il secondo che è un personaggio smarrito.

Ad essere spettatore non è solo i lettore, ma anche il noi narrante, l’entità onnisciente tra la materialità («Noi restammo seduti in riva all’acqua, osservando il nostro riflesso appena deformato dall’increspatura della superficie») e il sogno. Il noi è come una telecamera, un voyeur insistente. C’è da chiedersi se il fascino dell’essere ripreso di cui è affetto il protagonista, abbia un potere molto forte e quanto si moltiplichi diventando un piacere infinito, per gli spettatori, una volta proiettato sullo schermo. Allo stesso modo la sottile correlazione tra piacere e terrore sullo schermo amplifica le percezioni, provocando in chi guarda un sentimento simile a un sollievo egoistico.

Dalle rovine è anche una celebrazione del cinema, mai didascalica, ma citata come se se ne invocasse l’essenza. Il cinema porno, per esempio, e alcuni dei suoi generi (snuff movie), collegano il desiderio di piacere a quello della violenza, scambiandoli continuamente di posto. Così come Tod Browning mise a repentaglio la sua carriera cinematografica con Freaks (1932) impiegando attori con gravi deformità fisiche per inviare un messaggio diverso da quello che tutti videro in superficie – sbagliandosi, naturalmente –, così l’amore per il cinema porno non si esaurisce nella sua volgarità.dreamstime_m_27266013

Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la scrittura di Funetta. Poco orientata a creare un territorio fertile per l’identificazione con i personaggi, ma sensuale e ricca di suggestioni.

Molti dei debiti con la scrittura di maestri saranno a me oscuri, ma ho riconosciuto qualche sguardo familiare ai maestri dell’orrore. Un esempio su tutti: Il cuore rivelatore di Poe:

Traum teneva l’occhio sinistro spalancato, mentre l’altro sembrava morto, spento per sempre sotto la palpebra.

[…]

L’occhio sbarrato di Traum si mosse a sinistra, verso un angolo buio, poi a destra, verso la porta, e infine tornò a conficcarsi negli occhi di Rivera. Quell’occhio lo fece pensare a un pozzo o a un buco nel ghiaccio, un abisso che qualcuno per mezzo secolo aveva usato per occultare cadaveri.

(Dalle rovine, Luciano Funetta, Tunué, p.176)

Alcune descrizioni sono così evocative da ricordare quelle immaginifiche e cupe di Lovecraft in qualche suo racconto come I ratti nei muri:

All’improvviso sentimmo centinaia di presenze, come se il palazzo si fosse risvegliato e una folla di ombre avesse cominciato ad animare le scalinate buie fuori dall’appartamento, una folla che origliava quella conversazione, l’esercito di Ranković pronto a scattare a un suo cenno, a un suo messaggio telepatico.

[…]

Una carovana di zampe percorse una tubatura nel muro alle spalle di Rancović. Dappertutto, intorno a noi, qualcosa cominciava a muoversi.

(Dalle rovine, Luciano Funetta, Tunué, pp. 155-156)

Dalle rovine è il traguardo meritato di chi con la scrittura sta armeggiando da un po’. Incentrare una narrazione sulle vie infinite del male che, invece di risolversi, non fanno altro che moltiplicarsi, sfiorare la pornografia e trasformarla in eros, non sono compiti facili. Ma Funetta è riuscito a trasmettere tutto questo con eleganza e con una bella dose di inquietudine.

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Autore: Luciano Funetta

Editore: Tunué

Anno: 2015

Pagine: 184

Prezzo: € 9,90

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