Maestre del racconto è una rubrica che congiunge scrittrici e racconti. Si vedrà come suggestioni racchiuse in poche pagine si coniugano con la vita e la scrittura di queste donne. Non si parla di scrittura di genere – se mai esiste non sono in grado di distinguerla. Qui si giudicano i libri, i racconti, l’importante è la verosimiglianza e la capacità di suscitare un fenomeno lontano e complesso come l’empatia.

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Spesso mi sono chiesta quale sia il fascino delle raccolte di racconti e ogni volta la risposta andava cercata nella loro “flessibilità”. A differenza di ogni altro genere letterario, il racconto si appoggia sull’immediatezza, su una serie di elementi in grado di dare valore a una narrazione di poche pagine. Molto più che nei romanzi, l’autore conferisce a piccole porzioni di testo un’impronta, da ricostruire muovendosi avanti e indietro nella sua produzione.

Una definizione fin troppo generale, incompleta, che viene dalla difficoltà di classificare e distinguere tra ulteriori ramificazioni e generi del racconto. Ed ecco giunti a un’altra questione che può essere generalizzata all’intera letteratura: l’impossibilità di classificare, se questo implica limitare per imporre confini stilistici o temporali.

Si è spesso cercato di ricondurre Lucia Berlin ai maestri ai quali lei stessa si è ispirata: il minimalismo di Carver, i ritratti raffinati di Cechov. Tutto per inquadrarla nel Dirty Realism, per la concisione delle storie narrate, o la self-fiction (anche detta auto-fiction), per aver preso spunto dalla propria vita.

È proprio qui le strade di Lucia Berlin e dei generi – e più in generale dei generi letterari e dei suoi narratori – si separano. C’è un dato di fatto: la Berlin è unica nel suo genere, com’è unico il suo modo di narrare, com’è stata unica la sua vita. Ed è forse stata l’esigenza di recuperarla a far sentire il bisogno di scrivere il suo nome accanto agli altri grandi, non notando accostamenti più immediati – a Lydia Davis e Grace Paley.

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Lucia Berlin ad Albuquerque nel 1963. Buddy Berlin/Literary Estate of Lucia Berlin LP

Figlia di un ingegnere minerario, trascorse l’infanzia in diverse città (tra l’Idaho, il Montana, Washington). Quando il padre si recò in guerra si trasferì con la madre – figura controversa come si apprenderà dai racconti – a El Paso in Texas, dal nonno, dentista e alcolizzato – altrettanto disfunzionale, si veda Dottor H.A.Moyniahn.

Poco dopo che il padre tornò dalla guerra si stabilirono a Santiago, in Cile, e la piccola Lucia visse l’alcolismo della madre. Ma questa parte della sua vita è anche fatta di vita mondana, tra balli e feste dell’alta società.

Da adulta continuò a spostarsi da città in città. In New Mexico frequentò l’università, a New York aveva già due figli e un matrimonio accantonato. Sposò un pianista, poi, in Messico, l’amico Buddy Berlin dal quale ebbe altri due figli. Buddy era bello, affascinante, ma non riuscì ad allontanarsi dalla cosa che amava di più: la droga. Avremo un assaggio dei suoi spostamenti, della sua natura precaria e in continuo movimento, che arricchirà la scrittura di parole, colori, odori, e calore, tipici della cultura messicana, e modi di fare americani (texani), paradossalmente più freddi e tanto diversi dai vicini.

Lucia aveva avuto il tempo di iniziare e smettere di scrivere per prendersi cura dei figli, lavorando come domestica, infermiera, centralinista. Gli stessi impieghi delle protagoniste dei suoi racconti.

Quando scrivo che i racconti di Lucia Berlin si fondano sulla sua vita, non intendo nel senso autobiografico: non c’è la volontà di riassumere le miriadi di esperienze in un’unica persona. L’autoreferenzialità si noterà solo nel ricorrere di nomi, personaggi e situazioni. L’autrice ne dimostrerà consapevolezza in Punto di vista, notando la differenza di approccio dei lettori tra una narrazione e in prima e in terza persona:

Per esempio, immaginiamo che io ora vi presenti la protagonista del racconto che sto scrivendo…

«Sono una donna nubile di oltre sessantacinque anni. Lavoro in uno studio medico. Vado a casa in autobus. Ogni domenica faccio il bucato, poi la spesa da Lucky, dopodiché compro l’edizione domenicale del “Chronicle” e torno a casa». Voi mi direste: basta, per carità.

Il mio racconto, però, si apre così: «Ogni domenica, dopo essere passata in lavanderia e al supermercato, comprava l’edizione domenicale del “Chronicle”». Voi ascoltereste tutti i più piccoli dettagli compulsivi, ossessivi e noiosi della vita di questa donna, Henrietta, solo perché la narrazione è in terza persona. Penserete, diavolo, se la narratrice ritiene che ci sia qualcosa da scrivere a proposito di questa creatura scialba dev’essere così.

(Da Punto di vista, Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri, p.272)

La volontà di conferire importanza alla storia della propria vita e allo stesso tempo valorizzata da una scrittura che non disdegna particolari scomodi, traumatici, di umorismo nero, che stabiliscono le coordinate universali di una vita vissuta a pieno.

Non avremmo avuto la stessa vita di Lucia, ma dalle sue storie è possibile ricavare una mappa per orientarsi tra i punti di riferimento di una vita umana. Questo perché nel suo processo di vivere e raccontare in fiction, rimescola le carte di un unico avvenimento e le dispone per ricavarne più storie, più punti di vista e attuare un meccanismo tra il ri-vivere e il re-immaginare.

«Ingigantisco le cose, e mescolo realtà e finzione ma non mento mai»

Il processo di sfogo e rimozione dei traumi definisce le parti fondamentali per la costruzione di Lucia come donna e scrittrice, caratterizzata da uno spirito di osservazione sorprendente. Come quando lavora come donna delle pulizie o infermiera.

Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. È proprio come leggere un libro.

(Da Lutto, Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti, traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri, p.272)

Quando mi affaccio in sala d’attesa aggrotto le sopracciglia, e quando dico il nome del paziente sorrido alla madre o alla nonna o alla madre affidataria, ma in realtà guardo il terzo occhio in mezzo alla fronte. Questa cosa l’ho imparata al pronto soccorso. È l’unico modo per riuscire a lavorare in un posto come questo, specialmente con neonati di genitori che si fanno di crack, bambini con l’AIDS, o col cancro. O quelli che sono destinati a non diventare mai grandi. Se guardi un genitore negli occhi, non fai che comunicargli, confermagli tutta la paura, la stanchezza, il dolore. D’altra parte, quando li conosci, a volte non puoi proprio fare a meno di guardarli negli occhi con tutta la speranza o il dolore che non riesci a esprimere.

(Da Mijito, La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin, traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri, p.388)

Due mestieri che le evocano visioni dell’infanzia e presagi di dolori futuri e passati. In Panteòn de Dolores e Mamma la protagonista è la figura materna, donna, tormentata dall’alcolismo, una ferita traumatica centrale in molti dei racconti della raccolta (si vedano La sua prima disintossicazione e Incontrollabile). Solo quando gli errori dei genitori diventano gli errori dei figli, arriva la redenzione per entrambi, seguita da una comprensione che caratterizzerà i rapporti sociali di Lucia, allontanandola e facendone vittima dell’egoismo altrui («Ma mamma non ha mai avuto un cane con cui parlare», «La guardai piangere. Era completamente sola, come lo è mia sorella Sally quando piange in quel modo»).

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A Manual for Cleaning Women: Selected Stories, edizione americana. / Fonte: http://luciaberlin.com/

Le storie della Berlin accolgono altre figure femminili, dalla psicologia tormentata, mente gli uomini – e il sesso – sono immagini sfocate e apparentemente marginali, ma fondamentali per assicurare un angolo di idilliaco, anche se breve e fortuito.

Una delle sensazioni dominanti è la solitudine che fa apparire i racconti come un flusso di coscienza composito. Dapprima tormentata, poi accolta come quella che spesso avvolge i saggi, la solitudine è spesso autoinflitta, impossibile da alleviare dalla presenza di figli, famigliari, compagni di bevute o alcolisti anonimi.

La raccolta segue un andamento quasi cronologico e scandisce le tappe della vita della Berlin, fino alla vecchiaia. Negli ultimi anni la scrittrice si trasferirà a Boulder e si dedicherà a componimenti placidi e contemplativi, privi dell’amaro della vita passata (in Ritorno a casa tutta la narrazione basata sul “cosa sarebbe successo se” conduce allo stesso momento, alla stessa vita che l’autrice ha, in effetti, vissuto):

L’unico motivo per cui ho vissuto tanto a lungo è che ho lasciato andare il passato. Ho chiuso la porta in faccia al dolore, al pentimento, al rimorso. Se li lascio entrare, aprendo anche solo una piccolissima fessura in un attimo di autoindulgenza, bum, ecco la porta spalancarsi, ed entrare bufere di sofferenza che mi devastano il cuore e mi oscurano gli occhi di vergogna e rompono tazze e bottiglie buttano a terra barattoli frantumano i vetri delle finestre e io inciampo grondante di sangue sullo zucchero versato vetri rotti e rimango terrorizzata senza fiato finché tremando e con un ultimo singhiozzo non richiudo la pesante porta. Raccolgo i cocci per l’ennesima volta.

(da Ritorno a casa, La donna che scriveva racconti, Lucia Berlin, traduzione di Federica Aceto, Bollati Boringhieri, p.388 p.449)

A Manual for Cleaning Women, il titolo della raccolta in inglese che si è guadagnato il posto tra i migliori libri del 2015 per il New York Times. Letteralmente sarebbe Manuale per donne delle pulizie, anche se lascia pensare ad altre sfumature di significato come Manuale per donne da pulire/per pulire le donne, come se si trattasse di una vera e propria purificazione dopo aver lasciato tracce di devastazione e dolore. Un concetto che forse il titolo italiano non può comunicare, puntando, invece, a La donna che li ha scritti.

Durante la lettura i racconti potranno intrecciarsi, confondersi tra loro, potranno concludersi bruscamente, senza una fine vera e propria: è spesso il modo con cui si conclude una vita, senza inutili sentimentalismi, una vita che vale la pena ripetere.

 

La donna che scriveva raccontiAutore: Lucia Berlin

Editore: Bollati Boringhieri

Traduzione: Federica Aceto

Anno: 2016

Pagine: 464

Prezzo (cartaceo): € 18,50

Prezzo (ebook): € 6,99

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