Dipartite premature o naturali che siano si trascinano un’incognita che non sempre lo spiritualismo soddisfa nella risposta. Soprattutto perché il conforto di parole che cercano di spiegare come un corpo senza vita possa ancora vivere, si scontra con qualcosa che le smentisce: la realtà.

La realtà è materiale, la realtà è il corpo che, per buona parte della vita, viaggerà in una direzione diversa da quella a cui tendiamo. Una contraddizione.

Ne Il grande animale Gabriele Di Fronzo crea Francesco Colloneve, un tassidermista, che è abituato a invertire, seppure in parte, il meccanismo:

Il mio lavoro, facile capirlo, ha a che fare con la parte viva dei morti.

La cura riservata agli animali che imbalsama è tale da descrivere metodicamente i passaggi seguiti, la delicatezza con cui incide la pelle, si prende cura degli occhi, perfeziona i dettagli per far apparire il naso di un animale lucido come se fosse bagnato dall’umidità della vita. A metà tra imbalsamatore e sacerdote egizio, il protagonista è abile nella tecnica ed espleta gli onori sul corpo.

gabriele_di-fronzo-d257I piccoli capitoli che compongono il romanzo costituiscono tasselli che raccontano due storie parallele: il lavoro del protagonista e il suo occuparsi del padre.

Il trasferimento nella casa del genitore fa riaffiorare una vita di rancori che si manifesta nel racconto di un padre violento e severo, sempre lontano. E se l’amore per il mestiere è decorato da passaggi e similitudini intrecciate di parole, l’odio per il padre affiora con altrettanta eleganza quando paragona una lumaca al suo cervello e descrive le accortezze e gli affronti domestici della convivenza.

Nell’ultimo periodo di vita del padre, il figlio gli racconta la lista nera che ha stilato nella propria testa, mentre gli strofina la pelle secca e la massaggia con olii, senza aspettarsi scuse o lasciarsi andare a vendette. Nonostante il riavvicinamento forzato, la natura psicanalitica dell’eliminazione del padre si scontra con la realtà di un individuo indifeso, diverso da quello che era in passato, barricato dietro un accappatoio e alla poca dignità che esso nasconde. Il vuoto da lui lasciato è, in ogni caso, un oblio da affrontare.

Il vuoto inizia a realizzarsi cosí, dopo aver accettato che il contatto ordinario tra te e le cose è peggio che una graffiata di ortiche, ti metti dentro a quello che vuoi svuotare e prelevi quel che c’è e che ti sei imposto per il bene tuo che non ci sia piú, con la mano medica rimuovi, senza concedere margini allo sconforto, il pieno che riempie, prendi un cerchio con un raggio di mezzo metro per i movimenti, che ti siano fluenti e non obbligati da quello che sta intorno, è accettabile che te sulle prime sia grossolano, il vuoto ha i suoi gradi, ciascun vuoto ha il suo coefficiente, minore o maggiore, basso medio alto, ed è opportuno che in seguito te vada nel fino.

Come il vuoto lasciato da una vita è tanto forte da essere marchiato dalla morte? Ascendente e discendete, il corpo stesso incarna queste due direzioni e, insieme a lui, tutti gli oggetti e i luoghi che prima rappresentavano una vita.

Così come gli organi vitali sono eliminati dal tassidermista, così la rimozione di mobili, oggetti, cianfrusaglie, diventa la reazione migliore per presentare la morte a se stesso. Nella scrittura curata di Di Fronzo, c’è la volontà di scoprire quale sia il senso conferito alla vita – vita è la persona? Vita è la poltrona dove sedeva? Vita è amore provato per quella persona? – e come il senso della morte, lo segua a ruota, come la pelle che ricopre muscoli e ossa.

Gli animali, dopo la mia lavorazione perché io li reputi riusciti, devono soddisfare due requisiti, che sembrano discordanti ma che in realtà, per il compito che mi do facendo questo lavoro, non sono affatto incompatibili: da un lato l’esemplare morto deve risultare indistinguibile dal suo corrispettivo vivo e dall’altro, anche se di simulazione di vita si tratta, il preparato montato deve essere una rappresentazione della morte, e non sempre accade che io sia cosí bravo da tenere assieme la recita del vivo e la figura del lutto, ma è questo l’obiettivo piú alto che ritengo possa e debba porsi un tassidermista.

Discesa verso la morte e ritorno, in un’esplorazione tutta originale delle fasi del lutto a cui si conferisce un significato che potrebbe sembrare strano. Rimuovere per riempire e conservare, l’antidoto per l’immortalità.

Che sia svuotare un corpo o una casa, il risultato è il ricordo, libero da qualsiasi dolore materiale. I ricordi, in fondo, dipendono dalla vita e sono l’unica cosa che la morte non può svuotare.

il-grande-animale-d475Autore: Gabriele Di Fronzo

Editore: Nottetempo

Anno: 2016

Pagine: 161

Prezzo (cartaceo): € 12

Prezzo (ebook): € 6,49

 

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