Geografie letterarie viaggia tra i rapporti di influenza che spesso s’instaurano non solo tra autore e opera ma anche tra autore e luogo in cui vive. 

Ti siedi a guardare il fiume. In fondo, la Statua della Libertà scintilla nella foschia. Sull’altra riva, un’enorme insegna della Colgate ti dà il benvenuto nel New Jersey, lo “stato giardino”.

Osservi il solenne avanzare di una chiatta della nettezza urbana, avvolta da una nuvola di gabbiani stridenti, diretta in alto mare.

Eccoti qua di nuovo. Incasinato di brutto e senza un posto dove andare.

(Jay McInerney, Le mille luci di New York, traduzione di Marisa Caramella, Bompiani,  1986, p.14)

Questa visione, da sola, potrebbe riassumere le sensazioni con cui New York bombarda i personaggi che si trovano a viverla: tra i valori che l’hanno creata e quelli che la modellano continuamente. Mentre un gioco d’identità si trova a percorrerla, confondendosi tra autore e protagonista, ce n’è un altro fatto di perdita totale di controllo.

È la generazione rappresentata da Jay McInerney che ne Le mille luci di New York racconta la storia di un giovane che si aggira nelle notti newyorchesi, nei locali più in voga del Lower East Side, incoraggiato da droghe e alcol. Il divorzio dalla moglie Amanda, una modella che ha ottenuto il successo che cercava come rivalsa sulle sue modeste origini, lo porta a vivere in un continuo stato di disagio interiore. Era giunto a New York con le speranze di una nuova vita e una carriera da scrittore, ma si ritrova, nonostante la giovane età, a vagabondare oscillando tra illusioni e delusioni.

Neanche gli incontri in una città sporca e ingiusta riusciranno a smuoverlo dal perenne stato di ingenuità e, più probabilmente, di indifferenza alle cose del mondo. Il tu che martella la narrazione lo costringe a muoversi nello spazio ristretto dell’autoriflessione, dell’interrogazione costante con cui si mette in discussione la formulazione di parole e azioni prima di sottoporla agli altri.

Il risultato è un marasma di identità e storie iniziate e mai approfondite, con poche, significative, eccezioni: la Persona Scomparsa e la Madre Comatosa, due identità sconosciute apprese rispettivamente da un volantino in strada e dalla sezione di cronaca di un giornale, sono racconti volutamente anonimi che servono come metafore fin troppo esplicite nella storia del protagonista.

Le-mille-luci-di-New-York-1988_main_image_object
Michael J. Fox in una scena del film

Smarrimento, è l’unica parola che mi viene in mente per descrivere il gioco di lasciare in sospeso gli incontri con i tipi newyorchesi. Se l’obiettivo di McInerney era dare l’effetto di una sfumatura continua per un universo destinato a rimanere sconosciuto, sono pronta a giustificare le sue scelte. Tuttavia, se per la trama questo espediente può funzionare, nella pratica si risolve in un’inconsistente ricerca che non ha una destinazione precisa. Mi riferisco a qualcosa che i personaggi dichiarano, non necessariamente a voce alta, e che costituisce il motivo principale della loro esistenza: per esempio, il protagonista vuole fare lo scrittore e sono al massimo due i tentativi con i quali riflette sul problema, ci si cimenta e non dura neanche una pagina.

Se McInerney voleva richiamare un Holden drogato e perso, non è riuscito nel suo intento. Per quanto Holden fosse impenetrabile, come sembra a una prima lettura, nel putiferio dell’adolescenza nutriva una grande speranza di comunicazione, continuamente svilita da chi gli stava attorno. Il personaggio di McInerney si ferma prima: non sa come comunicare perché non sa cosa vuole. È come se chiedesse indicazioni per una strada che non esiste. Una buona trovata per comunicare la capacità di raccontarsi sogni che non potranno mai essere realizzati e una generazione agiata, che ha perso completamente il contatto con la realtà.

Il protagonista non ha nome, come se non avesse un’identità precisa, o non ci fosse bisogno di saperlo per elevarlo a simbolo di una generazione disillusa. Tale fattore, insieme all’uso della seconda persona singolare, provoca un cortocircuito: il personaggio è chiunque, il personaggio è unico e parla a se stesso come se volesse dare continuamente una narrazione romanzata di sé. Una metanarrazione che, tuttavia, si disperde nell’uso di poche battute significative e si riduce a essere la cronaca di un viaggio senza meta. O meglio, un viaggio che il protagonista percorre in senso opposto.

Segnali di cambiamento sono ovunque – la storia d’amore che può nascere con la cugina del migliore amico, la conoscenza approfondita di una collega di lavoro – e la sua abilità è goderne per poco, nel modo sbagliato, e fare dietrofront.

Una delle parti migliori è il finale, perché recupera la profondità tanto sperata durante la lettura: la capacità di scendere in se stessi e ritrovare la strada quando il resto del mondo l’ha persa. Solo per questo sono pronta a salvare New York, spettatrice indifferente di storie come questa e miraggio maledetto nel deserto dei sogni.

!CCKVhswEGk-$(KGrHqN,!lUEz+yFw(kbBNKPnIIK1w--_35

 

Autore: Jay McInerney

Traduzione: Marisa Caramella

Editore: Bompiani

Anno: 1986

Pagine: 153

Acquista su Amazon

 

P.S.:

  • Ho  scoperto, in ritardo, il film tratto dal libro. Diretto da James Bridges, sceneggiato dello stesso McInerney e con Michael J. Fox. Ho visto solo l’inizio e mi sembrava che il tu del libro reggesse meglio la narrazione cinematografica, ma dovrei vederlo tutto per giudicare.
  • McInerney non si smentisce mai: sul suo Instagram si sprecano foto di vini e cene raffinate.
Annunci