Geografie letterarie viaggia tra i rapporti di influenza che spesso s’instaurano non solo tra autore e opera ma anche tra autore e luogo in cui vive. 

East Harlem, 1970
©Camilo José Vergara, East Harlem, 1970.

Manhattan è un reticolo ordinato: le strade, incrociandosi, formano rettangoli intervallati qua e là da grandi arterie, fino ad arrivare al cuore verde di Central Park. Ogni rettangolo è uguale all’altro, qualche volta più grande perché unito in quartieri, qualche volta più piccolo, con edifici unici e solitari. Tuttavia, si fa fatica a credere che la regolarità architettonica – e spesso neanche quella – possa applicarsi ai quartieri, alle persone, alle culture che si rimescolano ogni giorno e ogni giorno tornano al loro posto.

Viene da chiedersi chi sono i quartieri e se sono fatti da chi li popola.

Harlem potrebbe rientrare nella definizione. Stretto tra due fiumi – a est l’East River, a ovest l’Hudson – si estende da Washington Heights a Central Park. È il suo interno a interessarmi, lì dove si incrociano due strade che non potevano avere nomi più significativi: Malcom X Boulevard e Dr Martin Luther King Jr Boulevard. Due personaggi per due identità diverse, una pacifica e l’altra radicale, e non sono altro che il prodotto di una storia più antica. Una storia che parte dalle grandi migrazioni degli afroamericani, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, che quadruplicarono il numero di abitanti di Harlem.

A raccontare una parte della storia è Jazz di Toni Morrison, ambientato, non a caso, in Lenox Avenue, l’altro nome di Malcom X Blvd. Joe e Violet, marito e moglie, sono tra i tanti che si aggrappano alle speranze portate dalla Città, abbandonano il lavoro nei campi nel sud degli Stati Uniti. Nonostante i dettagli della loro storia, fatta di anni di felicità, il libro inizia con la fine: Joe uccide Dorcas, una ragazzina, la sua giovane amante, e Violet cerca di sfregiarne il volto al funerale.

Un trucco della finzione, come ha spiegato la stessa Morrison, che spinge il lettore a proseguire e lo scrittore a usare un certo tipo di scrittura che asseconda e non svilisce le domande di chi legge. Non a caso per Jazz la Morrison parla spesso di melodia:

This seemed a suitable technique for Jazz because I thought of the plot in that novel, the threesome, as the melody of the piece, and it is fine to follow a melody—to feel the satisfaction of recognizing a melody whenever the narrator returns to it. That was the real art of the enterprise for me—bumping up against that melody time and again, seeing it from another point of view, seeing it afresh each time, playing it back and forth.

Sembrava una tecnica fatta apposta per Jazz, ho pensato alla trama del romanzo, il terzetto di personaggi, come alla melodia di un pezzo, e va bene seguire una melodia – sentire il piacere di riconoscerla ogni volta che il narratore torna ad essa. Questa è la vera arte dell’impresa per me – insistere più volte sulla melodia, vederla da un altro punto di vista, vederla come nuova ogni volta, manipolarla continuamente.

A destra: 1977, 65 East 125th Street, Harlem. A sinistra: 1978, 65 East 125th Street, Harlem.
©Camilo José Vergara. A destra: 1977, 65 East 125th Street, Harlem. A sinistra: 1978, 65 East 125th Street, Harlem.

Con un inizio ben cadenzato scopriamo la fine, la storia dell’arrivo di Violet e Joe, poi un nuovo salto in avanti. Una volta che hai scoperto il ritmo di un pezzo jazz, quello passa all’improvvisazione. Non cercare un ritornello, non cercare regolarità, cerca di abbandonarti a lui come se ti abbandonassi all’amante.

Nei salti da un narratore all’altro si impiegano alcune pagine per comprendere chi è a parlare. Il risultato è un coro di voci, ognuna con il suo tono, il carattere distintivo che non può essere confuso con altri. Violet, testarda, dignitosa; Joe fiero, tenero, virile, che non rinuncia alla natura intraprendente. Sono loro il motore della storia, dopo vent’anni, non più forestieri nella terra dove sono nati. Tra il raccogliere cotone nei campi della Virginia e la vita in città c’è il particolare che quella dove si trasferiscono non è una meta qualsiasi. È la Città.

I piedi di Violet non hanno più quella scorza dura che la protegge nella terra, lei stessa vede il suo doppio seguirla come un’ombra: dove lei vede gioia, l’altra lotta per la sopravvivenza. Joe, invece, racconta di quante volte è cambiato nel corso del tempo, arrivando persino a numerare le diverse identità.  È significativo che la scissione dell’io non si verifica in chi nella città è nato, come Dorcas e Felice, le nuove generazioni. Come l’origine della famiglia Buendìa, ma in scala decisamente ridotta in Jazz, fa la sua comparsa una storia estranea alle altre. La storia di Golden Gray, un mulatto che salva una giovane donna incinta, trovata nuda sul sentiero che l’avrebbe condotto alla scoperta dell’identità del padre, ha un lirismo che lo separa dalle vicende principali. Non ha un tempo preciso, come a voler innalzare a idoli i suoi protagonisti, per dire che l’origine non sta proprio nel colore della pelle, ma a che significato riveste nell’identità.

New York si inserisce tra le origini e il futuro, ai personaggi non resta che adattarsi.

Quando si innamora di una città è per sempre, ed è come se la amasse da sempre. Come se non fosse mai esistito il tempo in cui non l’amava. Nel momento in cui arrivano alla stazione o scendono dal traghetto e lanciano un’occhiata alle strade ampie, dove la luce dei lampioni si spreca, tutti sanno di essere nati solo per quello. Non si sentono nuovi del posto: al contrario si sentono più forti, più audaci. E all’inizio come vent’anni dopo, quando sia loro sia la Città sono cresciuti, amano quella parte di sé al punto da dimenticare che cosa significasse amare gli altri — ammesso che l’abbiano mai saputo. Non voglio dire che li odino, no, solo che cominciano ad amare il modo in cui una persona è in Città; il modo in cui una ragazzina non si ferma mai al semaforo ma guarda a destra e a sinistra prima di scendere dal marciapiede; il modo in cui gli uomini si abituano a edifici alti e a verande minuscole; il modo di essere di una donna che si muove tra la folla, o quanto può essere sconvolgente il suo profilo stagliato sullo sfondo dell’East River. La sua tranquillità nelle faccende domestiche sapendo che il petrolio per il lume o l’ingrediente necessario per la cena è proprio lì dietro l’angolo e non a dieci chilometri di distanza; lo stupore di spalancare la finestra e fissare ipnotizzati per ore e ore la gente nella via sottostante.

La Harlem degli anni Venti è innocente, sono ancora pochi i crimini, ma ha già una voce interiore, istintiva. Il jazz è soltanto uno dei ritmi che scuotono il quartiere: negli anni successivi il Rinascimento di Harlem coinvolgerà l’arte, la letteratura e la vita culturale dell’intera comunità afroamericana.

Jazz fa immaginare una fetta di Manhattan dal carattere unico, percorso da due correnti: un coro primordiale identitario e, alla base, la forza della conservazione capace di rinnovarsi.

423978887684GRA_1_227X349_exactAutore: Toni Morrison

Traduzione: Franca Cavagnoli

Editore: Sperling & Kupfer

Anno: 1996

Pagine: 272

Prezzo: € 10,50

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