«Dov’è il tuo mulo? Te lo sei lasciato scappare?»

«Eh sì, proprio di questo ero venuto a parlarvi, c’è rimasto male»

«Chi? »

«Il mio mulo. Se l’è presa per quei quattro colpi che gli avete sparato tra le zampe. E adesso non sente ragioni»

«Ehi, ci stai prendendo in giro? »

«No, no, io ho capito subito che volevate scherzare ma lui si è offeso. E ora pretende le vostre scuse.»

(Per un pugno di dollari, 1964)

Il selvaggio west è realmente esistito anche se in un modo particolare. Non è fatto soltanto di tempo ma di un immaginario denso, che va dalla letteratura al cinema.

Nei grandi spazi americani c’era posto per il vento del deserto, per l’asprezza dei suoi abitanti negli insediamenti isolati di villaggi e ranch e riempiti a loro volta di storie dai personaggi ambigui, troppo umani o non abbastanza.

E così “selvaggio” e “west” perdono i connotati geografici e temporali – pur rimanendo rigorosamente americani – per trasformarsi nel deposito della natura umana, ridotta alle sue forme istintuali, che combatte contro una morale interiore, un’indole nascosta che si rivela proprio quando la natura sta per fare il suo corso.

Anche in Figli della polvere di Colin Winnette ritroviamo i topoi tanto cari al genere. Brooke e Sugar, perenni viaggiatori di una terra senza nome, si muovono di paesino in paesino. Sanno cos’è la violenza, sono assassini di professione, ma si trovano impreparati ad accogliere un bambino che si risveglia tra loro e ha perso la memoria. Proseguiranno il viaggio tentando di educarlo alla crudeltà del mondo tra aggressioni, mandrie di cavalli selvaggi e colpi di scena. Poi, Bird si ritroverà da solo a mettere in atto quello che ha imparato.

colin winnette
Photo credit: Jennifer Yinn

La scrittura di Winnette delinea un viaggio potenzialmente infinito, fatto di scene d’azione perfettamente definite che potrebbero ripetersi fino alla fine dei tempi, dove il trionfo non appartiene sempre al più forte. Ma l’autore è mosso dall’intento più remoto e sincero che caratterizza la nascita delle storie: il viaggio dell’interiorità, imprevedibie nella metamorfosi che genera.

La libertà sterminata bisbigliata dalla pistola nella mano degli uomini e dalle redini di un destriero, produce, nelle lande sconfinate, una varietà di personaggi grotteschi, dalla moralità sfuggente e da leggi universali non scritte: c’è un residuo d’uomo che ha rinunciato alla ragione e divora i suoi simili; c’è chi come Sugar è colpevole e innocente allo stesso tempo, uno spietato assassino col destino segnato; c’è l’innocenza negata a bambini come Bird e l’inguaribile speranza della piccola Mary; c’è la redenzione di Brooke dopo il vagabondaggio solitario al limite della morte.

Dunque, proverai un certo orgoglio, un senso di realizzazione. Ma ti sentirai anche a disagio, come se ci fosse qualcosa di sbagliato in tutto questo. Be’, non c’è. È naturale come respirare. Quel senso di colpa è tutta paura. Paura che un giorno ci sarai tu dalla parte sbagliata della fionda, e desiderio improvviso che nessuno debba mai fare una cosa del genere. Potrai sbarazzartene se ti limiti ad accettare quello che ti accadrà in un futuro remoto, e ti adoperi per prevenirlo nel futuro prossimo. Non ha importanza chi decidi di risparmiare, perché tanto morirai comunque, ed è probabile che sarà per via di un sasso che ti cade in testa o di una brutta tosse, così come qualcuno che ti voleva morto. Perciò, prima lo accetti, prima passi oltre.

(Colin Winnette, Figli della polvere, traduzione di Leonardo Taiuti, Edizioni Clichy, 2016, p.29)

Il selvaggio west è il palcoscenico ideale per lo spettacolo dove la natura prevale, ancora il giudice dei destini umani, ed è arricchita dalle battute pronte e dall’umorismo con un fondo di verità. Ricreare un mondo significa anche conferirgli una lingua particolare, ridotta al dialetto universale della sopravvivenza, e Winnette è riuscito nell’intento.

Storie sospese e mai riprese, mistero e coincidenze che potrebbero sembrare improbabili in un’altra storia o in un altro universo – come l’incontro tra Brooke e Martha, due parti inconsapevolmente avverse -, s’intrecciano con l’entità del paesaggio: immenso nella sua estensione ma piccolo e familiare nella giustizia che si abbatte sugli individui che lo popolano. Altrimenti perché lo chiamerebbero selvaggio west.

«Mi manca Henry».

«Troveremo un altro Henry».

«Henry era speciale».

«Henry era un cavallo».

«Era un cavallo speciale, Sugar».

 

Figli della polvere-copertinaAutore: Colin Winnette

Editore: Edizioni Clichy

Traduzione: Leonardo Taiuti

Anno: 2016

Pagine: 261

Prezzo: € 15

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