Maestre del racconto è una rubrica che congiunge scrittrici e racconti. Si vedrà come suggestioni racchiuse in poche pagine si coniugano con la vita e la scrittura di queste donne. Non si parla di scrittura di genere – se mai esiste non sono in grado di distinguerla. Qui si giudicano i libri, i racconti, l’importante è la verosimiglianza e la capacità di suscitare un fenomeno lontano e complesso come l’empatia.

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Di se stessa Edna O’Brien direbbe di essere una serva dei ricordi: risucchiata nel passato, la sua mano non dovrebbe far altro che scrivere senza neanche pensare. È proprio quello che ha ammesso in una conversazione con Philip Roth paragonando il continuo lavorio della memoria a una diga che esplode e straripa. Il flusso non farebbe che irrigare il mondo verde, cangiante e selvaggio allo stesso tempo, delle terre irlandesi tanto care all’autrice. La raccolta Oggetto d’amore, edita da Einaudi, presenta racconti editi e inediti in Italia tentando di restituire una visione completa della produzione di una delle più importanti scrittrici del secolo scorso.

Molti sono gli sguardi contemplativi a una natura rigogliosa e pacata, che spesso stona con quello che le protagoniste si trovano a vivere. Le piccole realtà rurali, la dura vita delle campagne, il bigottismo cattolico caratterizzano un ambiente sempre ostile, le cui speranze di miglioramento si disperdono nell’ipocrisia. Lo leggiamo in Bagordi irlandesi, la cronaca di una festa mondana tra sperpero e volgarità la giovane Mary, che crede di essere una degli invitati, è relegata al ruolo di cameriera. In altre O’Brien traccia un racconto lungo che si estende negli anni e restituisce la genesi delle gioie e delle disgrazie in una splendida metamorfosi di parole. Come gli sfarzi e il declino di due sorelle facoltose la cui vita traspare dalle chiacchiere del paese (Le signorine Connor), o come in Una donna scandalosa che intreccia l’amicizia tra due bambine suggellata dal segreto della storia d’amore di una delle due, fin quando non rimarrà incinta. «Pensai che la nostra è proprio una terra vergognosa, una terra assassina e una terra di strane donne sacrificali» concluderà la protagonista mentre cerca di negare il destino dell’amica, all’improvviso prigioniera in un mondo dove la realtà cattolica e la libertà della gioventù non possono coesistere.

«Stabilirsi in un posto e usarlo come luogo della finzione costituisce la forza dello scrittore e una guida per il lettore» dice Edna O’Brien per spiegare il filo indelebile che la lega alla sua terra. Uno scambio bidirezionale che affascina Roth a tal punto da chiedersi retoricamente se la scrittura sarebbe stata la stessa senza il bagaglio culturale e metafisico dell’Irlanda, che l’ha influenzata a tal punto da lasciare una traccia profonda nel suo stile. I racconti, in prima o in terza persona, non vantano un’intricata ricerca stilistica e si distendono in descrizioni, pochi dialoghi e narrazioni onniscienti alternate a pensieri.

Più che «signora della vulnerabilità» come la chiama John Banville nell’introduzione, Edna O’Brien sonda la forza sconosciuta che segue la fragilità. E se da una parte c’era la terra natia prigioniera di retaggi culturali, dall’altra c’è l’amore come espressione massima della libertà umana.

Si leva davanti ai miei occhi: le mani oranti, la lingua a cui piaceva succhiare, gli occhi mascalzoni, il sorriso, le vene sulle guance, la voce pacata che mi parla con giudizio. Vi chiederete come mai mi tormento così con particolari della sua presenza, ma ne ho bisogno, non posso lasciarlo andare adesso perché se lo facessi, tutta la nostra felicità e il dolore che ha provocato in me – per lui non posso garantire – non sarebbero serviti a niente. E aggrapparsi al niente è spaventoso.

(Edna O’Brien, Oggetto d’amore, traduzione di Giovanna Granato, Einaudi, 2016, p. 207)

Edna-OBrien-photographed-009-1024x614Il sentimento amoroso pervade la vita intera delle donne protagoniste, le coinvolge nel fisico e nell’animo fino a vivere in funzione di esso come accade nel racconto che dà il titolo alla raccolta: la storia di una donna amante di un uomo sposato, un cliché che si basa sulla scrittura rosa ma riflessiva, alla fine, declinata in senso nuovo.

Nella sua natura bifronte l’amore è il fervore alla base dell’esistenza e il passaggio necessariamente doloroso per la conoscenza della propria interiorità. La signora Reinhardt, reduce da un divorzio, cerca di recuperare la femminilità persa da un marito che l’ha abbandonata scegliendo una ragazza più giovane. Persino nell’istinto di autodistruzione dell’anonima protagonista di Paradiso, combattuta tra la necessità di adattamento e il rifiuto di un mondo a cui non appartiene, si riconosce la scelta obbligata per esprimere la consapevolezza di una relazione che non avrà futuro.

Fino ad ora Edna O’Brien si è rivelata la scrittrice di racconti capace di comporre una grande varietà di storie rimanendo fedele a temi a lei cari. Quello che lasciano le donne di Oggetto d’amore  è l’incapacità di essere vittime – se mai dovessero diventarlo dipende solo da loro. La forza e la volontà di scendere a compromessi con il dolore è tale da renderle figure moderne ed eterne. Forse potrei arrivare a capire perché Philip Roth l’ha definita la più talentuosa scrittrice inglese.

6930268_1447436Autore: Edna O’Brien

Traduzione: Giovanna Granato

Editore: Einaudi

Anno: 2016

Pagine: 376

Prezzo (cartaceo): € 18,50

Prezzo (ebook): € 9,99

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