David DuchovnyDavid Duchovny ha scritto un libro – in realtà ne ha appena pubblicato un altro. E non è come dire che James Franco ha scritto un libro  o forse sì, ma le similitudini tra loro si fermano all’essere americani e attori hollywoodiani con un successo non indifferente. Se il secondo ripercorre la sua biografia ammantandola di fascino e vestendola di finzione, Duchovny affida alla carta una favola rifiutata dalla Disney.

Elsie Bovary è una mucca (get it?), decisamente loquace e ironica, che descrive il placido mondo di una fattoria a nord di New York. È un’attenta osservatrice di tutto quello che la circonda, della natura animale e soprattutto umana per la quale non risparmia i giudizi più severi. In una notte dove lei e la migliore amica Mallory riescono a uscire dal recinto per raggiungere quello dei tori, Elsie si lascia andare all’istinto della scoperta e arriva alla casa padronale. Qui, osservando le immagini della scatola-dio, scopre il triste destino di ogni mucca e che l’unico luogo dove la fine bovina non è decisa dall’uomo è l’India.

Inizierà la sua avventura per raggiungere lo stato, seguita però da Tom Turkey, un tacchino che, per realizzare il suo sogno di volare, piloterà un aereo e sfuggirà al giorno del Ringraziamento («e pensi davvero che i turchi mangerebbero l’animale che ha dato il nome alla loro terra?»), e Jerry il maiale, ribattezzato Shalom, che vuole salvarsi raggiungendo Israele.

Il fascino di una pubblicazione del genere sta nell’impossibilità di inquadrarla in modo preciso. Elsie buca continuamente la quarta parete rivolgendosi direttamente a chi legge ed è pienamente consapevole dei precedenti illustri come La fattoria degli animali o La tela di Carlotta. Non sembra volersi porre a nuovo esempio di classico, ma si accontenta del compromesso tra il mondo immaginifico creato intorno ad animali parlanti e l’intrattenimento a metà tra una lettura divertente per gli adulti ed educativa per i bambini. È come se la lettura del piccolo non potesse avvenire senza quella del grande: l’ingenuità e l’estrema sincerità con la quale Elsie guarda il mondo è calibrata da qualche parolaccia, da citazioni pop (alcuni esempi di titoli dei capitoli: SPIACEVOLMENTE INSENSIBILE (vedi alla voce Floyd, Pink), (QUASI)LIBERA COME UN UCCELLO (vedi alla voce Skynyrd, Lynyrd), ANOTHER BRICK IN THE WALL) e da questioni come la circoncisione del maiale Jerry.

I capitoli molto corti riportano scene brevi, spesso intervallate da dialoghi del tutto simili a una sceneggiatura (lo scopo per cui era nata l’opera). Seguendo questo ritmo Porca vacca ricorda l’universo movimentato di Galline in fuga e strizza l’occhio a La fattoria degli animali, senza la solennità che caratterizza quest’ultimo. Non si risparmiano neanche le incongruenze che non sviliscono la credibilità della storia ma, come osserverà il Coau-Toro alla fine del libro, faranno parte di essa nella misura in cui il lettore è disposto a immergersi nella pura finzione: «A scuola mi dicevano sempre: “Non fidarti del narratore, fidati della storia”, e così ora ti chiedo, caro lettore, di estendere questa gentilezza anche ai nostri amici del regno animale. Non fidarti del manzo, fidati del romanzo».

Al di là dei dettagli, della cadenza di capitoli, delle trovate linguistiche rese perfettamente anche in italiano, del ritmo del libro che fa arrivare presto la fine delle poco più di 190 pagine, la storia rimane semplice e originale. Mucca, maiale e tacchino viaggeranno in Turchia, in Israele e in India, e gli occhi di Elsie si poseranno su realtà umane ben lontane dalla razionalità e dalla comprensione animale.

Un animale segue le necessità naturali, un umano vuole convertirle a suo piacimento: è la differenza tanto vantata dagli esseri umani. Così il conflitto sulla Striscia di Gaza costituisce un dilemma incomprensibile se osservato dalla prospettiva di Elsie:

Gli ebrei avevano costruito quel muro gigantesco per tenere lontani gli arabi palestinesi dalle terre contese che loro rivendicavano solo per sé. Questa cosa mi ha ricordato i recinti giù in fattoria, che servivano a tenere tutti noi animali al nostro posto. Sembra proprio che gli umani adorino le barriere, ma quello che i costruttori di muri e di recinti non riescono proprio a capire è che, quando chiudono fuori qualcuno, anche loro rimangono chiusi dentro. Un solo muro crea non una, bensì due prigioni.

(David Duchovny, Porca vacca, traduzione di Sara Sedehi, Bompiani, 2016, p. 151)

Neanche il sogno di arrivare finalmente a destinazione, alla sacralità di vacche che si sollazzano tra privilegi funghi allucinogeni, sembra essere la soluzione. Neanche la venerazione è il giusto mezzo inteso da Elsie, perché sfocia in un’esaltazione che cambierebbe la sua natura.

Io? Io voglio che il mondo intero conosca la mia storia. Voglio che tutti voi, ragazzi e ragazze, uomini e donne, fauna pelosa e pennuta, impariate quello che ho imparato io – che non è giusto disprezzare il prossimo, tanto quanto non è giusto venerarlo. Non siamo dèi o dee, né tantomeno demoni o bestie. So che la natura è crudele e spietata.

(David Duchovny, Porca vacca, traduzione di Sara Sedehi, Bompiani, 2016, p.189)

Questa volta non c’è il peso ingombrante dell’identità dell’autore, non c’è bisogno di sapere che si tratta di un ambientalista, un vegetariano, laureato a Princeton e poi a Yale con un Master of Arts in Letteratura Inglese – e che tra i suoi insegnanti compare Harold Bloom –, perché tutto quello che voleva comunicare l’ha affidato abilmente alle parole.

Porca vacca è una storia breve e piacevole, estremamente attuale, di un autore che ha dimostrato la giusta sensibilità letteraria e morale.

 

porca vacca-copertinaAutore: David Duchovny

Traduzione: Sara Sedehi

Editore: Bompiani

Anno: 2016

Pagine: 208

Prezzo (cartaceo): € 17

Prezzo (ebook): € 9,99

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