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Immergersi in Tutti i racconti di Flannery O’Connor significa presentarsi a un modo di concepire e scrivere storie diverso dalle scrittrici lette finora. La raccolta, edita da Bompiani, con la traduzione di Marisa Caramella e Ida Omboni, ricostruisce l’evoluzione tematica della O’Connor – così come aveva fatto Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley, edito da Einaudi – e registra il ritratto completo di una scrittura particolare, moralmente e religiosamente impegnata, che lascia da parte sfumature smaccatamente autoreferenziali.

Di autobiografismo si potrebbe parlare per i frequenti riferimenti alle ambientazioni rurali, ai confini di terre aride e deserte se non per piccoli insediamenti o fattorie che nascono a ridosso di macchie boschive. Tutti fattori che, insieme alla denuncia per la dannazione e ai peccati dell’animo umano per una vita che fu pura come la natura su cui poggia i piedi, hanno contribuito a identificare la O’Connor in una categoria che la accomunava a scrittori come William Faulkner: la southern literature. Una categoria che le andava stretta.

Il paesaggio diventa il luogo ideale per descrizioni trasognate, quasi delle visioni, per i personaggi, spesso di umili origini, che dalla vita quotidiana trasporranno la storia su un piano mistico. L’inizio e lo svolgimento di molti racconti sono incentrati sull’innocenza, sotto forma di ordinario infarcito di solipsismo che tende a imporsi su chiunque dimostri tracce d’ignoranza.

Tra le parole più frequenti, posizionate in luoghi strategici della narrazione come a illuminare un’alternativa sempre presente, c’è “redenzione”. Solo nella solitudine e nella rottura dell’equilibrio i personaggi potranno dirsi realmente redenti, ricondotti a una condizione di libertà.

Il signore Head rimase perfettamente immobile, e sentì la mano della pietà toccarlo di nuovo, ma questa volta capì che non c’erano parole, al mondo, per darle un nome. Capì che nasceva dalla sofferenza estrema che non è negata a nessun uomo e che, per vie misteriose, è data ai bambini. Capì che era l’unica cosa che l’uomo potesse portare nella morte per offrirla al suo Creatore e, improvvisamente, si sentì bruciare di vergogna perché aveva così poco da portare con sé. Rimase costernato, a giudicarsi con la precisione infinita di Dio, mentre la pietà avvolgeva il suo orgoglio come una fiamma, e lo consumava. Non si era mai considerato un grande peccatore, prima d’allora, ma in quel momento capì che la sua depravazione gli era stata nascosta per risparmiargli lo sconforto supremo.

(da Il negro artificiale, Flannery O’Connor, Tutti i racconti, traduzione di Ida Omboni, Bompiani, 2015, p.294)

È interessante notare come la sconfinatezza del pensiero laico si trasforma in ottuso confine, mentre solo i limiti del peccato portano alla liberazione da esso. L’opposizione alla ragione non è dialettica, ma interiore e lirica, in un modo che neanche la razionalità potrebbe smentire.

È sbagliato imbrigliare la poetica della O’Connor nella contemplazione estatica della religione, alla stregua di un Credo salmodiato alla messa della domenica. Anche il giudizio del lettore più laico sposta l’attenzione verso il pericolo dovuto all’ossessione per cause egoistiche, il fanatismo e la chiusura mentale.

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Da Malattia mortale si susseguono esempi di personaggi, spesso giovani, acculturati, freschi d’università che credono di prevalere sulle credenze ataviche di generazioni precedenti per poi venire continuamente smentiti. Ne Gli agi della casa una giovane ninfomane sfrutta la benevolenza di una signora, mentre il figlio della donna vorrà cacciarla di casa, senza possibilità di perdono, fino a una conclusione tra l’ironico e il grottesco. O in Punto Omega (Everything that rises must converge), uno dei racconti più significativi: in pullman Julian vuole indispettire la madre sedendosi vicino a una donna di colore. La madre, intenerita da un bambino, figlio della donna di colore, vorrà regalargli un nichelino e il gesto riceverà in cambio un pugno.

Più Julian correva, più le luci scivolavano via e i piedi si muovevano torpidi, come se non lo portassero in nessun posto. Sembrava che a marea di oscurità lo spingesse indietro, verso di lei, rimandando, di momento in momento, il suo ingresso nel mondo della colpa e del dolore.

(da Punto Omega, Flannery O’Connor, Tutti i racconti, traduzione di Ida Omboni, Bompiani, p. 457, 2015)

Giovani che predicano di essere se stessi ma che sacrificano la capacità di giudizio con l’ipocrisia degli ideali rivelandosi più ingenui e stupidi dei padri.

Sulla stessa scia le storie con protagonisti bambini e anziani raccontano la saggezza dei primi che cozza contro la mentalità rude e caparbia dei secondi. Oltre a Il negro artificiale, è il caso di storie atroci e traumatiche come La veduta del bosco in cui una bambina si oppone al nonno che ha deciso di vendere lo spazio davanti casa, destinato ai giochi, per la costruzione di un’area di servizio e per opporsi al genero mantenendo il controllo sulle terre.

Ne Gli storpi entreranno per primi, un padre è così ossessionato dal rieducare un ragazzo rimasto solo al mondo, da ignorare la sofferenza del figlio per la morte prematura della madre.

Gli si strinse il cuore, in un disgusto di sé così chiaro e intenso che stentò a riprender fiato. Aveva rimpinzato il suo vuoto di opere buone come un ingordo. Aveva trascurato il suo bambino per coltivare la propria immagine ideale. Vide il diavolo, l’essere dagli occhi limpidi che scandaglia i cuori, guardarlo malignamente con gli occhi limpidi di Johnson. La sua immagine ideale si sgonfiò, finché tutto fu nero davanti a lui. Rimase a sedere paralizzato, pieno di orrore.

(da Gli storpi entreranno per primi, Flannery O’Connor, Tutti i racconti, traduzione di Ida Omboni, Bompiani, p.524, 2015)

La linearità del racconto, in un crescendo di tensione, si spezza nel finale. È attraverso il tono brusco della conclusione che avviene la metamorfosi del protagonista, dal mondo superficiale delle cose futili e terrene alle profondità dell’esistenza.

Nella dettagliata introduzione Marisa Caramella riporta un’affermazione di Flannery O’Connor:

Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente, può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza.

Se il mistero per la scrittrice è la redenzione improvvisa, il significato della fede e cosa ha perso chi non ce l’ha, per il lettore non è così. Dalla scrittura dell’autrice chi legge può estrapolare una miriade di sensi, non strettamente spirituali – ogni senso metafisico è lasciato alle conclusioni del lettore –, mai interamente razionali.

Perché il mistero è anche di chi legge.

 

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Autore: Flannery O’Connor

Traduzione: Marisa Caramella, Ida Omboni

Editore: Bompiani

Anno: 2015

Pagine: 604

Prezzo: € 15

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P.S.: Tutto il lavoro che sta dietro la scelta delle nuove copertine per le edizioni in inglese della O’Connor: Anatomy of a Cover: The Complete Works by Flannery O’Connor (the Paris Review).

 

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