“Noi ricordiamo” è la risposta alla fine di Fahrenheit 451 e un freno al dimenticare incontrollato dovuto al rogo dei libri. È anche la differenza tra la Fenice, l’animale mitologico che rinasce dalle sue ceneri, e l’uomo, animale razionale che rinasce dai ricordi e commette gli stessi errori.

L’amante di Wittgenstein di David Markson potrebbe essere uno dei tanti futuri dopo le avventure immaginate da Ray Bradbury. Kate, la protagonista, è l’unica rimasta sulla terra e, per un certo periodo, ha girato il mondo alla ricerca di qualcun altro. Leggeremo le sue memorie, ricorderemo a malapena il suo nome e non sapremo mai cos’è accaduto.

Con questo non voglio dire che L’amante di Wittgenstein è un memoir post-apocalittico, o meglio, non è solo quello, ma è anche un libro che gioca continuamente a essere due cose insieme: da una parte un riuscito esercizio di stile, dall’altra un azzardo filosofico che neanche la logica più contorta potrebbe smentire.

La dualità del libro si sposta anche al giudizio che se ne può dare e che non può prescindere dalla forma e dal contesto. Lo stile è estremamente semplice e altrettanto complesso da seguire. Kate scrive quasi un flusso di coscienza della memoria, intervallato da frequenti interruzioni, digressioni, riprese o smentite di una frase scritta nelle pagine precedenti. Più si va avanti e meno si comprende il senso della scrittura di Kate mentre si lascia andare a speculazioni su pittori, su artisti e sulle vicende che coinvolgono i protagonisti dell’Iliade e dell’Odissea.

Ad ogni modo credo in fin dei conti che, qualche parte, mi sia ancora rimasto un bagaglio, malgrado tutto quello che credevo di essermi lasciata alle spalle.

Un bagaglio di qualche tipo. L’insieme di quello che rimane in testa, ovvero che resta di tutto ciò che abbiamo appreso. (p. 20)

Per quanto è indubbio che la questione che ho in mente ora sia che, se tante cose esistono solo nella mia testa, una volta che mi siedo qui iniziano a esistere anche su queste pagine (p.179)

Frasi come queste chiariscono il senso del libro distanziandolo dalla perfezione di stile che caratterizzerebbe un’opera autocosciente – con una scrittura autoreferenziale della Kate consapevole di essere autrice e quindi di avere dei lettori – ed estendono i confini a quello che intendo per contesto. Perché l’ultimo essere umano sulla terra, sull’orlo della pazzia, non può che ricorrere alla chiarificazione del pensiero attraverso la parola, a fare ordine attraverso essa e, cosa non meno importante, a esistere e dare esistenza al suo “bagaglio”.

Tutto questo compete a conferire realtà alla finzione, pur rimanendo tale, e a leggere l’opera in modo diverso: a una prima lettura le frasi sconnesse possono risultare irritanti perché disinteressate verso qualsiasi scopo di attirare il lettore.

Il contesto, però, è anche il gioco di rimandi e citazioni al filosofo che compare nel titolo. Wittgenstein portò alla ribalta la sua idea di filosofia come «chiarificazione logica dei pensieri» e quindi sul linguaggio come non costituito da norme rigide ma da «circostanze prodotte dai fatti e sottoposti a un’intraducibile margine di indeterminatezza». E il non definito è proprio il paradosso che persegue la scrittura di Markson/Kate, perché, nella vacuità di quello che appare come un delirio, ci sono tracce concrete che mostrano più che dire nel solito modo della narrativa.

Dal saggio di David Foster Wallace, tradotto da Martina Testa e incluso nell’edizione italiana pubblicata da Edizioni Clichy, è indubbio che l’autore fosse affascinato dall’opera di Markson perché ce ne offre un’analisi approfondita che sonda lo stile, la filosofia del Tractatus e delle Ricerche filosofiche e il personaggio femminile che fa eco alle donne dell’epica greca. Il Wallace degli esordi aveva scritto La scopa del sistema che da Wittgenstein prendeva spunto per ambire a una letteratura impegnata. Un libro che si trovò sempre a ripudiare pur rimanendo un tassello fondamentale per l’intento letterario dello scrittore. Per la Lenore protagonista del suo libro il senso filosofico era di ricercare esistenza nelle narrazioni, per la Kate di David Markson significa chiedersi:

E se qualcuno dovesse veramente vivere in un mondo fatto a immagine e somiglianza del Tractatus? […]

L’adW di Markson riesce, cioè, a fare qualcosa a cui pochi filosofi arrivano, e che né una miriade di profili biografici né il sensazionalistico revisionismo di Duffy riescono a comunicare: le conseguenze, per le persone, dell’applicazione pratica di una teoria. (dal saggio di David Foster Wallace, La pienezza vuota, traduzione di Martina Testa, Edizioni Clichy, 2016, pp. 278-279)

Probabilmente L’amante di Wittgenstein è un libro che non può prescindere dall’apparato teorico di cui si serve e richiede una lettura paziente e approfondita. Pensiamo a Kate come un Montag al contrario, perché l’oblio delle sue conoscenze dopo l’estinzione umana richiede un ritorno alle origini della scrittura come mezzo per comunicare e non solo per esternare il sé.

l'amante di wittgenstein-copertinaAutore: David Markson

Traduzione: Sara Reggiani

Editore: Edizioni Clichy

Anno: 2016

Pagine: 316

Prezzo: € 15

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