È affascinante assistere a una metamorfosi. Chi sta mutando non è mai consapevole di quello che accade, come se fosse nell’occhio di un ciclone e sentisse l’entropia intrinseca senza accorgersi del suo spostarsi e del mutare rispetto alle cose che lo circondano.

Alcuni scrittori diventano la nostra personale misura del mondo e guardarli mentre evolvono corrisponde al guardarsi cambiare nell’approccio con il circostante.

Nella fluidità della parola intrisa di complessità di Wallace, per esempio, leggiamo l’ironia quasi forzata de La scopa del sistema e passiamo a una versione più sottile nei saggi sul vero volto dell’America, gli indizi sul piacere alienante dell’intrattenimento di Infinite Jest, per arrivare allo spostamento d’intenti con Brevi interviste con uomini schifosi e Oblio. Per il percorso letterario di Franzen dovremmo guardare più alla speranza di chi s’incarica del futuro senza ipocrisie, piuttosto che a ingannevoli legami famigliari  e di coppia.

Ricerca, sfida, conquista. È con queste parole che definirei l’opera di Dave Eggers nel suo insieme. E per rappresentarla disegnerei linee frastagliate che si alzano raggiungendo picchi puntuti e precipitano in ripide discese: un sismografo impazzito di scrittura e personaggi che non hanno sempre i risultati sperati. Pensiamo all’Opera struggente di un formidabile genio (traduzione di Giuseppe Strazzeri, Mondadori, 2002) e al fascino incredibile per un’autobiografia composta da una prosa nervosa e controllata, anche quando le voci dei personaggi escono per inscenare dialoghi oltre la realtà. A completare c’era il lirismo con parti di luce che cantavano una melodia ottimistica e orgogliosa.

Dopo il successo e le grandi aspettative Dave deve essersi guardato intorno, deve aver combattuto tra la certezza di essere uno scrittore e l’incertezza di essere un bravo scrittore, se non uno dei candidati a scrivere il Grande Romanzo Americano.

Con Conoscerete la nostra velocità (traduzione di Giuseppe Strazzeri, Mondadori, 2004) e la raccolta di racconti La fame che abbiamo (traduzione di Matteo Colombo e Giuseppe Strazzeri, Mondadori, 2006) torna di nuovo in basso e deve intraprendere una scalata per ritrovare i vertici di una scrittura sentita e non di una dettata dall’ansia da prestazione. Insensata e poco empatica la ricerca dei due ragazzi per donare soldi a chi è buono in Conoscerete la nostra velocità, nessun racconto degno di nota ne La fame che abbiamo.

Zeitoun  (traduzione di Matteo Colombo, Mondadori, 2011), la ricostruzione dell’esperienza di un uomo durante l’emergenza dell’uragano Katrina e la grande beffa della macchina americana, si pone tra il racconto impegnato e il recupero del realismo che mancava dalla prima opera e ha conferito a Eggers il ruolo di testimone interno, attento a scrivere di cose alla luce del sole che nessuno vede.

Lasciando da parte Il cerchio (traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori, 2014) – riuscito romanzo sulla società omonima che controlla la vita intera degli utenti tramite un unico account –, Ologramma per il re ha dettato le coordinate per il futuro. Il protagonista, Alan Clay, è l’insieme di tutte le promesse, personali e americane, che non è riuscito a mantenere: oscilla tra l’invincibilità ottusa del self-made man e l’insicurezza di una morale indefinita quando va contro i suoi stessi ideali.

I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? (traduzione di Marco Rossari, Mondadori, 2015) è il gradino successivo: un libro di soli dialoghi che vede Thomas, un reietto uno scarto, l’evoluzione finale di Alan Clay, che fa domande sul suo posto nel mondo in uno stato che non ha un preciso piano se qualcuno si ritrova fuori dai binari.

Se sul talento di Eggers c’è stato qualche dubbio in passato, ora non esitiamo: non ha mai prediletto una prosa contorta e complessa, ma brevi periodi che concludono un concetto nel giro di poche frasi; è in grado di rivestire di fascino e attirare l’attenzione, ma spesso si perde nel curare questi aspetti che non collaborano nella riuscita di una narrazione.

image
Photo by Ramin Talaie for the Globe and Mail

Arriviamo a Heroes of the Frontier, uscito quest’estate negli Stati Uniti per Alfred A. Knopf (in Italia non ho trovato notizie sulla pubblicazione, finora Mondadori ha avuto i diritti sulle opere di Eggers). Il libro ha una peculiarità che s’intuisce sin dal titolo: eroi della frontiera, una frontiera che è limite e indica la fine di qualcosa e l’inizio di qualcos’altro. Proprio come i personaggi di Eggers che hanno la peculiarità di essere splendidamente indefiniti nel loro essere completi.

Josie, la protagonista, è in fuga dalla vita. Con i suoi due bambini, Paula e Ana, intraprende un viaggio in Alaska, mentre a casa lascia i rancori per un’esistenza che non le è mai appartenuta: fugge dallo studio dentistico dove lavorava, da una paziente che ha scoperto troppo tardi di avere un tumore alla bocca; scappa dall’indifferenza di una famiglia che la ritiene responsabile per il figlio morto in Afghanistan; vuole dimenticare i ricordi romantici con il marito tra cui giornate passate al bagno per problemi intestinali e frasi come “Ben fatto!”, “Bel lavoro”, “Penso che è andata abbastanza bene” dopo aver raggiunto l’orgasmo. Josie ha la convinzione, tutta americana, che deve crearsi delle opportunità e il miglior modo per farlo è inaugurare una ricerca con un viaggio on the road.

Il problema dei personaggi di Eggers da un po’ di libri a questa parte è l’entrare in un labirinto dove l’ingresso e l’uscita sono sbarrati in modo che chi si trova all’interno, una volta perso, non riesce a riconoscere se i passi fatti sono avanti o indietro. Lo scioglimento del labirinto e la fine del libro, se esistono, non sono mai chiari e definitivi.

Il percorso di Josie prevede sbornie solitarie per arrivare a picchi di ottimismo e autocommiserazione che le infondono una speranza momentanea, mentre gli avvenimenti che la circondano le crolleranno addosso con tutto il peso e la responsabilità della realtà.

In Ologramma per il re Alan Clay cercava di scrivere lettere alla figlia per spiegarle tutta la verità sulla propria vita:

Kit, sai qual è la chiave, oggi, per relazionarti con i tuoi genitori? È la compassione. I figli, quando diventano adolescenti e poi dei giovani adulti, sono spietati. Non aspirano che alla perfezione. I figli hanno il giudizio facile, un giudizio da Vecchio Testamento.

(Dave Eggers, Ologramma per il re, traduzione di Vincenzo Mantovani, Mondadori, 2013, p.93)

In Heroes of the Frontier Josie è al diretto cospetto dei due figli, i saggi: Paul dagli occhi di ghiaccio di un prete riflessivo e Ana dai capelli rossi e gli occhi verdi, un elfo pestifero. Ancora incontaminati dalla vita saranno le reali guide della madre, gli unici in grado di far cade su di lei un giudizio telepatico, più pesante di quello divino. Ana e Paul, come i figli di Patty e Walter in Libertà, sono la salvezza, una landa incontaminata continuamente in pericolo tra i limiti dei genitori e la frontiera del rinnovamento.

Josie knew, then, that better than searching a person of courage – she’d been on this search for years, dear god – better and possibly easier than searching or such people in the extant world was to create them. She didn’t need to find humans of integrity and courage. She needed to make them.

Josie sapeva, allora, che anziché cercare una persona coraggiosa – ne era alla ricerca da anni, buon dio – piuttosto che cercare questo tipo di persone nel mondo ancora esistente, era meglio e più facile crearle. Non aveva bisogno di trovare esseri umani di integrità e coraggio. Aveva bisogno di crearli.

Parlare dell’utopia americana vuol dire riferirsi al disincanto per un concetto che ha perso l’orientamento ed è diventato più facile smontare che tentare di costruire. Sto pensando ai postmodernisti, al rumore bianco che ossessionava la felicità di marito e moglie per Don DeLillo, all’ironia come forma di ragionamento e approccio critico, a una classe media lontana dalla realtà e dalla responsabilità morale, come Walter e Patty in Libertà. Proprio con il libro di Franzen Heroes of the Frontier condivide il personaggio femminile completamente disorientato, quasi infimo nella sua esistenza. La prosa di Eggers è molto più scarna rispetto alla ricchezza di Franzen, eppure fa un lavoro migliore rispetto alla piattezza emotiva di Mae ne Il Cerchio e all’anemia che aveva contagiato i suoi personaggi dopo L’opera struggente.

Tutto questo fa di Heroes of the frontier una valida prova letteraria che preferisce mostrare in forma reale e allegorica: poche sono le frasi memorabili a suggerire che il prezzo della verità è di là da venire, molti sono i periodi che aspirano ad altro da sé – a volte in maniera fin troppo esplicita. Si soffre per l’assenza del magico realismo – forse irripetibile – dell’Opera Struggente. Se in quest’ultimo l’azione era mossa dai movimenti intestini dei pensieri e dei dialoghi, l’ultimo romanzo deve contare su continui colpi di scena – incendi, valanghe, temporali – molte volte improbabili per il loro continuo susseguirsi.

Tuttavia, Heroes of the Frontier completa una ricerca di temi e stile che era iniziata con il vuoto empatico di Conoscerete la nostra velocità e aveva posto Eggers tra l’essere impegnato e l’essere uno scrittore impegnato. Speriamo di continuare così, caro Dave, con te sempre pronto a congiungere l’osservazione acuta e la parola nervosa con le spinte intestine nella società americana.

heroes of the frontier-copertinaAutore: Dave Eggers

Editore: Alfred A. Knopf

Anno: 2016

Pagine: 385

Prezzo: € 19,50

Acquista su Amazon:

Acquista su Amazon (in italiano):

 

Annunci