Case infestate in letteratura. Quelle case nel bosco è una rubrica, nelle settimane che precedono Halloween, dove si leggeranno romanzi e racconti a tema.

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È più facile che renda schiave un centinaio di menti volgari un’opera come questa piuttosto che metà dei libri di controversie scritte dai tempi di Lutero a oggi.

Non tratterrò più a lungo il lettore, se non per fare una breve osservazione. Benché gli avvenimenti siano frutto dell’invenzione, ed i nomi dei personaggi immaginari, non posso fare a meno di credere che la storia si basi su qualcosa di vero. L’azione si svolge senza dubbio in un vero castello. L’autore sembra spesso descriverne, senza un motivo particolare, delle zone particolari.

È impossibile separare una prefazione del genere dall’opera di cui fa parte, soprattutto se parliamo di preparare il terreno per quello che sarà un genere letterario dei più sorprendenti e innovativi degli anni successivi. In effetti, parte della premessa de Il Castello di Otranto (1764) contribuiva a creare un’aspettativa quasi esoterica, più di quanto il romanzo non facesse durante la lettura.

Un certo William Marshall, autore della premessa, aveva tradotto il romanzo, ritrovato in una biblioteca a nord dell’Inghilterra, stampato a Napoli “in caratteri gotici” nel 1529. Il titolo originale era The Castle of Otranto, A Story. Translated by William Marshal, Gent. From the Original Italian of Onuphrio Muralto e in poco tempo ebbe un grande successo, guardato con interesse persino da alcuni storici del tempo. Successe qualcosa con la seconda edizione e l’opera perse il suo fascino tanto da essere improvvisamente oggetto di critiche: in realtà a concepirla e comporla era stato Horace Walpole, inglese, appassionato del mondo gotico tanto da adattare la sua dimora, la famosa Strawberry Hill, all’architettura che ha dato nome al genere.

Editore e letterato, disquisitore degli argomenti più disparati nei suoi epistolari, Walpole aveva intrapreso il Grand Tour, il viaggio dei giovani aristocratici in diversi paesi europei, ed era rimasto affascinato dalle atmosfere medievali come quelle che raccontò ne Il Castello di Otranto.

Un elmo enorme, ricoperto di piume, precipita sulla testa di Corrado uccidendolo. Era l’erede di Manfredi, usurpatore del trono. Isabella, la promessa sposa, così affezionata a quella corte, viene costretta a sposare Manfredi che ha intenzione di abbandonare la moglie Ippolita e la figlia Matilda. A rovinare i suoi piani ci sarà il giovane Teodoro, stranamente rassomigliante al precedente principe di Otranto, e alcuni misteriosi avvenimenti all’interno del castello.

Il principio dell’orrore era molto diverso dal corso che prese successivamente, ma Walpole è stato il primo a organizzare una narrazione romanzesca su elementi che precedentemente si trovato solo in poesie e ballate. Passaggi segreti, camere buie e sconosciute, un castello infestato da strane presenze: prima che sensazioni, oggetti e situazioni forzano la suggestione del lettore. In verità di episodi soprannaturali ce ne sono ben pochi e la narrazione, oltre le fasi descrittive delle prime battute, si snoda come una pièce teatrale. Se sostituiamo “capitoli” con la suddivisione in “scene” non abbiamo differenza, data l’abbondanza di dialoghi e visto anche il precedente inglese più illustre che Walpole considera e riverisce.

Il mio è stato un tentativo di fondere i due tipi di romanzo: quello antico e quello moderno. Nel primo tutto era fantasia ed inverosimiglianza: nel secondo si vuole sempre, ed a volte ci si riesce, imitare con esattezza la natura. Non manca l’invenzione, ma le grandi risorse della fantasia sono state arginate da una precisa aderenza alla vita di tutti i giorni. Ma se nel secondo tipo la natura ha stretto in una morsa l’immaginazione, non ha fatto che prendersi la sua vendetta, dopo essere stata completamente esclusa dagli antichi romanzi. […]

Quel gran maestro della natura che fu Shakespeare è stato il modello che ho seguito. Lasciate che chieda se le tragedie di Amleto e Giulio Cesare non perderebbero forse una parte considerevole del loro spirito e dello loro meravigliosa bellezza se la comicità dei becchini, le insensatezze di Polonio, e le goffe facezie dei cittadini romani venissero omesse, o ammantate da un linguaggio retorico.

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Scorcio del castello di Otranto

Gli inglesi non erano estranei all’avvento del romanzo, c’erano già stati Defoe, Swift, sapevano che dietro si nascondeva l’ascesa della borghesia, ma avvertivano una certa titubanza per una forma nuova, diversa dalla pubblicazione scientifica e dal teatro che rappresentava con verosimiglianza e dal vivo. Shakespeare aveva codificato i generi, ora i nuovi scrittori riprendevano stilemi e forme per presentarli in una nuova veste. Non stupisce, quindi, se nel castello di Otranto gli avvenimenti soprannaturali si contano sulle dita di una mano e sono un tacito deus ex machina per la risoluzione della vicenda. Walpole, consapevole della libertà sterminata che aveva come apripista di un nuovo tipo di letteratura, imitava portando innovazione. Nei protagonisti c’è l’eco di nomi adatti a opere shakespeariane (Ippolita come in Sogno di una notte di mezza estate, Isabella era una novizia nella commedia Misura per misura), nei dialoghi ci sono gli equivoci che alimentano l’azione (come le voci infondate della morte di Matilda) e tutto è percorso da un filo ultraterreno, lontano dai timori religiosi.

Per questi ultimi Lovecraft avrebbe parlato di rimedi per la paura dell’ignoto, il sentimento più antico e inevitabile dell’uomo. Nel saggio L’orrore soprannaturale nella letteratura lo scrittore americano distingue l’Orrore Cosmico da quelle opere che raccontano di delitti, sangue e fantasmi senza tessere con cura un’atmosfera di terrore puro, un crescendo che tocca la parte più ignota del lettore. Anche Lovecraft, quasi come Poe nel suo saggio sulla composizione, è interessato al risultato in chi legge e non all’intento dell’autore. Nel tracciare la storia della letteratura horror citerà anche Walpole come iniziatore del genere, non dell’Orrore Cosmico. «Mediocre e poco convincente» dirà del Castello di Otranto, come se chi l’ha composto avesse disposto solo gli elementi senza la base di vuoto, insensatezza e oblio che percorrono molte delle opere lovecraftiane.

È facile giudicare l’opera che ha iniziato il genere con le prove di titubanza del suo padrone: Lovecraft che era viziato con tutta la produzione successiva a Walpole, noi che siamo deliziati da Lovecraft, Poe e gli autori contemporanei. Se ricordate, anche il vampiro di Polidori non aveva niente delle caratteristiche che oggi riconosciamo nella creatura della notte – non si parla di canini appuntiti, di trasformazioni in pipistrello, di bare in cui riposa – ed era messaggero di significati adatti al tempo. L’horror è il nostro vampiro, e la sua storia è lastricata di Walpole e Polidori, anonimi iniziatori, fantasmi, di una letteratura di cui non saranno protagonisti.

– Reverendo padre, cercavo donna Ippolita.

– Ippolita! – replicò con voce profonda. – Vieni dunque in questo castello per cercare Ippolita?

E girandosi lentamente, la figura svelò a Federico la bocca rinsecchita e le orbite vuote di uno scheletro, avvolto in una tonaca da eremita.

– Angeli del cielo, proteggetemi! – gridò Federico, facendo un balzo indietro.

– Dovresti meritare la loro protezione – disse lo scheletro; Federico, cadendo in ginocchio, pregò il fantasma di avere pietà di lui.

 

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Il Castello di Otranto su Liber Liber e in inglese su Project Gutenberg.

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