Se state pensando al porno vi sbagliate di grosso. Non mostreranno nulla ma saranno sensuali, violente, deludenti, insomma intime. Saranno citazioni che ricorderanno perché non è tutto come nei film.

il tempo materiale giorgio vasta

C’è un corpo maschile nudo – il volto baffuto, semidisteso su una seggiolina bassa accanto a un letto matrimoniale – che se ne sta al centro del disegno a contemplare, il pene tra le mani – entrambe, considerate le dimensioni – l’amplesso di un altro uomo più giovane e sul biondo con una donna mannara invocata più volte in quella e in altre tavole come ninfomane regina diva del sesso inesauribile pozzo di orgasmo e sorgente erotica infinita cavità vaginale di inenarrabile capacità spaziale e amorale orifizio buccale prodigioso sfintere anale della materia di un magnete troia puttana pompinara e rotta in culo, potentissima e disturbante nel disegno delle gambe e dei seni, nella linea famelica degli occhi, distesa contemporaneamente prona e supina, contorta e reclina, piegata e ingarbugliata, penetrata nell’ombelico nel fianco nel dorso nel costato e nella nuca, in tutto il corpo che sto toccando con le dita provando a evitare per rispetto e soggezione le diverse esplosioni falliformi nonché, quando figurano, le untuose eruzioni di seme, cercando piuttosto con i polpastrelli le carni bianchissime della donna, le opalescenze, quel rigurgito di luce splendida che da compatta si fa trasparente quando sfogliando sollevo la pagina e già scorgo in filigrana il disegno dall’altra parte, complicandosi fra l’altro, il disegno, di linee abusive trapelate dal verso al recto, impresse sulla carta dalle mezzelune delle mie unghie, delle incisioni di virgole a segmentare l’immagine sessuale, a scomporre la sintassi dell’amplesso nelle sue parti infinitesime.
Il treno sussulta, uno scoppio di singhiozzi, e dispersa tra le tavole del pornomondo c’è la bambina creola. Si guarda intorno. I peni enormi, le vagine cavernose. Non sa dove andare. Vaga piccolissima tra i movimenti disegnati, li osserva preoccupata, a sua volta composta da linee sottili, appena segnate sulla carta. A ogni passo sta per scomparire. Si siede accanto all’uomo baffuto; lo guarda, gli guarda il pene tra le mani, si gira verso la donna mannara, osserva la meccanica cannibale della penetrazione, il pasto impressionante dell’uomo biondo sulla donna traforata, l’uomo biondo che si ferma, si volta, la studia, si alza – il pene mobile tra le gambe – le si avvicina, la prende per un braccio, la porta fino al letto, la spinge sul corpo della donna che si allarga immenso. L’uomo biondo fa pressione sul petto della bambina, la immerge nel corpo della donna mannara, la fa affondare nelle sue sabbie mobili fino a quando la bambina sparisce e al suo posto resta una luce che mi si sparpaglia negli occhi.
Intanto il treno ha superato i terreni vaghi della periferia, ha rallentato e fuori il paesaggio si è fatto nube e matassa. Rallenta ancora, entra a Roma Termini. Lo Spago e la Pietra si alzano in piedi, cominciano a raccogliere i bagagli; il Cotone continua a dormire con una guancia deformata contro il bordo del bracciolo, il guscio vuoto della crosta di pane scivolato sul sedile. Io mi metto di lato, il giornaletto tra le mani, incapace di lasciarlo, considerato poi che lo Spago e la Pietra non ci fanno caso, pensano sia il mio Alan Ford. Manovro per infilare il giubbotto spostando il giornaletto da una mano all’altra, nascondendolo sempre con il corpo. Poi mi compongo verso il fondo dello scompartimento, spalle a tutti, e leggo ancora. Sono assorto, sono un frate lavoratore. Geloso della sua fede, avaro della sua religione. Uno che dà le spalle, che si incastra in un angolo e degli altri si dimentica. Mi sento così e assorbo le battute, i movimenti, le prepotenze, i ghigni.

[Giorgio Vasta, Il tempo materiale, minimum fax, 2010]

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