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Black Coffee era nata come collana editoriale di Edizioni Clichy, una piccola realtà fiorentina che recupera ancora gialli e classici francesi, e pubblica narrativa per bambini. Da qualche tempo Black Coffee è diventata una realtà editoriale indipendente attraverso alcuni accorgimenti: mantiene il nome, ha una veste grafica rinnovata e il suo campo d’azione si estende. Gli Stati Uniti restano i protagonisti ma le opere scelte spazieranno dalla narrativa alla non-fiction, con un gusto per il longform dimostrato dalla collaborazione con la rivista The Believer (i cui articoli tradotti sono disponibili sul sito della casa editrice). A inaugurare Black Coffee c’è stato l’esordio di Alexandra Kleeman con Il corpo che vuoi apice di una narrativa contemporanea americana che guarda a precedenti illustri (come ho spiegato qui).

Ho intervistato Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, i due traduttori e ora editori che da tempo coltivavano l’idea di Black Coffee. 

Le vostre esperienze in Giunti poi a Edizioni Clichy, come avete raccontato, sono state utili a maturare le conoscenze necessarie per intraprendere un percorso indipendente. Ma come cambia la prospettiva da traduttori a editori, soprattutto spostandosi da una grande realtà a una più piccola?

Sara: Il fatto di aver potuto osservare da vicino il funzionamento di due case editrici, una grande e l’altra più piccola, ci è stato di grande aiuto. Nel corso del tempo abbiamo ricoperto molti ruoli del mondo editoriale (redattore, traduttore, editor) e ci è servito per capire quali siano le esigenze e l’importanza di ognuno. Abbiamo imparato a dare valore a ogni dettaglio, ogni passo che porta alla pubblicazione di un libro e ora che abbiamo deciso di diventare editori possiamo contare su un consistente bagaglio di esperienza. Scendere in prima linea, però, è molto rischioso, richiede capacità che dobbiamo ancora affinare e un’attenzione ad aspetti che da traduttori non ci eravamo mai trovati ad affrontare (promozione, vendita, gestione delle risorse). Ciò che non ci manca è una visione chiara del progetto e di cosa vogliamo comunicare, il resto lo impareremo strada facendo, cadendo e rialzandoci. Prima traducevamo e basta, avevamo solo quella responsabilità perché le decisioni le prendevano altri. Ora invece abbiamo la responsabilità di creare un discorso coerente, diffonderlo, stabilire un contatto col lettore e far sì che si fidi di noi. A volte hai paura di non essere in grado di tenere insieme tutti i fili, di tralasciare qualcosa, ma poi pensi che ce la stai mettendo tutta e che qualcuno da qualche parte riconoscerà il valore dei tuoi sforzi. Era il nostro sogno poter scegliere, tradurre e pubblicare gli autori che volevamo e alla fine della giornata la paura e il dubbio di aver fatto la cosa giusta lasciano sempre il posto alla soddisfazione e all’entusiasmo. Creare una casa editrice in fondo è come costruire un ponte tra due mondi e questo, da traduttori, sappiamo farlo.

Tralasciando i giudizi catastrofici sullo stato dell’editoria in Italia, che spesso non considerano dati decisamente positivi, aprire una casa editrice rimane un azzardo. Cosa credete di poter aggiungere nel panorama editoriale italiano?

Leo: Spesso si sente dire se davvero ci sia bisogno di tante case editrici in un paese come il nostro, un paese che non legge. Noi però pensiamo che la varietà sia sempre una cosa positiva, poter scegliere è vitale. Realtà piccole come la nostra possono offrire un punto di vista diverso su questioni assodate, stimolare a rivedere certi atteggiamenti ormai diventati automatici. Nello specifico, noi ci occupiamo di letteratura nordamericana e di certo non ne manca nel nostro panorama editoriale, ma col nostro modo di fare crediamo di poter aiutare una certa fascia di lettori ad avvicinarsi a questo mondo con sguardo critico. Black Coffee propone libri tosti che mettono i lettori di fronte a situazioni scomode, libri che richiedono una certa partecipazione, autori esordienti ancora non viziati dalle dinamiche editoriali, voci fresche che raccontano storie nuove, che si confrontano con l’America di oggi. Ecco, forse è proprio questo che ci auguriamo di poter aggiungere al panorama editoriale italiano: un po’ di schiettezza ed energia.

Le copertine Black Coffee, realizzate da Raffaele Anello, si discostano da quelle che siamo abituati a vedere per le altre case editrici italiane e conferiscono un’identità editoriale, oltre che rimarcare l’importanza, anche di tipo tattile, del supporto. La McMusa, giornalista e guida letteraria, è la vostra consulente editoriale. Il sito è a sua volta un contenitore di storie grazie alla collaborazione e alla traduzione di pezzi comparsi sulla rivista americana The Believer. Il supporto e la presenza online sono tra i fattori fondamentali nella promozione di una casa editrice, ma quali sono le componenti più importanti della vostra idea di libro e del mondo che vi ruota attorno? Ed è stato naturale condividere la visione editoriale con i vostri collaboratori?

Sara: Chi ama il libro anche come oggetto conosce il valore di una bella edizione. Sa cosa significa riporla nella propria libreria accanto alle storie che ha più amato. Noi vorremmo che i nostri lettori provassero un piacere anche fisico nel leggere un libro Black Coffee, che tenendolo in mano sentissero di aver acquistato qualcosa che vale, anche dal punto di vista materiale. Per questo abbiamo messo tanta cura nella grafica e nella scelta della carta da utilizzare. Un libro può salvarti la vita, il minimo che possiamo fare è dargli una bella veste. Io e Leonardo ci siamo semplicemente circondati di collaboratori che capiscono e condividono questo pensiero, il resto è venuto da sé. La promozione e la presenza online sono fondamentali, ma prima di tutto viene il libro. Il libro deve essere protagonista.

Sul sito, al profilo degli autori si uniscono le foto della cartina americana con, in evidenza, lo stato d’origine. Avete intenzione di viaggiare nella finzione con un’attenzione particolare alle specificità del territorio americano?

Sara: Sì, ci piacerebbe spaziare per dare al lettore una visione d’insieme, raccontargli non solo delle storie ma anche i luoghi da cui quelle storie sono scaturite. Ci auguriamo così che grazie a uno stimolo di tipo visivo ognuno possa costruirsi un suo percorso mentale, un suo personalissimo film. È un viaggio vero e proprio.

Sul sito si legge:”Il programma editoriale […] è inteso come un percorso da cui far scaturire una visione corale su tematiche di varia natura”, la linea editoriale volge ai racconti, alla narrativa, alla non fiction e alle voci femminili. Come fate a orientarvi in una produzione editoriale sterminata come quella americana e scoprirne le peculiarità?

Leo: Ci lasciamo guidare dal nostro fiuto e dai nostri gusti. Abbiamo in mente un progetto preciso e con questa bussola in mano frughiamo nelle riviste, alle fiere internazionali, nelle librerie in America. Se sai qual è l’obiettivo, è più facile individuare ciò che fa al caso tuo. Basta tenere gli occhi aperti e non tralasciare nemmeno gli angoli più bui.

Avere una scelta così specifica di pubblicazioni è uno dei vantaggi di cui godono le case editrici indipendenti. L’uscita rallentata dei titoli, rispetto alle grandi realtà editoriali, permette un continuo lavorio su ognuno di essi che non si esaurisce a poche settimane dall’uscita. Avete appena iniziato ma vorrei parlare del futuro e di come vi vedete tra qualche anno: credete di poter allargare la vostra attenzione su altri tipi di opere – anche non strettamente americane?

Sara: Rispetto a quando era una collana, Black Coffee si è già ampliata abbracciando anche opere di non fiction. È così sottile il confine tra un romanzo e un memoir, per esempio, che ci è sembrato stupido fare discriminazioni. Non ci apriremo, però, ad altri paesi perché non sapremmo da dove cominciare. Siamo esperti di letteratura nordamericana e ci sembra giusto parlare di ciò che sappiamo. Vorremmo mantenere dimensioni modeste per continuare a curare ogni singolo libro nel dettaglio, per dargli l’importanza che merita. Fra qualche anno ci vediamo ancora piccoli, ma più forti, più consapevoli. Nel frattempo diremo poche cose, ma buone, a chi avrà voglia di ascoltarci.

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