Purezza

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«Non credo si possa ripulire un cuore come se fosse un garage, David»

Se volessimo riconoscere un merito a Bonnie Nadzam, sarebbe la rara capacità di aver ripercorso alcuni generi della narrativa americana. Mi riferisco a una parte della sua produzione arrivata fin qui in Italia*. Prendiamo Lamb (pubblicato da Edizioni Clichy, traduzione di Leonardo Taiuti), la vicenda di un uomo di mezz’età, smarrito dopo la morte del padre e un divorzio, che persuade una ragazzina a intraprendere un viaggio in un posto sperduto sulle Montagne Rocciose. L’autrice accennava, senza pretese e manierismi di stile, all’archetipo definito linguisticamente e stilisticamente da Nabokov. Aveva l’intenzione di avvicinarglisi senza la convinzione di esserne una valida erede e con l’intento di trasformare le reminiscenze del lettore con un risultato piuttosto diverso.

David e Tommie erano i protagonisti di una storia scomoda, la tensione continua, il loro non essere delineati in profondità, spostavano l’attenzione su altri temi della narrazione. Per esempio, David nel pieno naufragio sentimentale della propria vita, decide di “rapire” la bambina mettendo sempre in atto qualche tipo di manipolazione. Tutto questo fa di David un uomo dalla moralità ambigua, se non inesistente e, di conseguenza,  soggetto a uno smarrimento che non sembra riservargli futuro. Il viaggio e l’arrivo in un luogo deserto e incontaminato, facevano parte della ricerca di purezza – se volessimo parlare una lingua simile a quello che suggeriva Franzen con Purity – oppure inaugurava una ricerca di eroi interiori – come quella intrapresa da qualche libro a questa parte da Dave Eggers (che però ha molto più a che fare con la messa in dubbio del sogno americano). Ecco come l’opera di Bonnie Nadzam ha sfruttato lo spunto narrativo per un altro significato, come di una crisi morale, una perdita della bussola e il ritrovamento di essa nell’idealizzazione di una bambina.

Disgregazione

lions-2.jpgLions è la seconda uscita di Edizioni Black Coffee che gli editori hanno deciso di importare dal catalogo di Clichy. Questa volta l’attenzione si sposta su una realtà americana che mescola maledizioni quasi magiche alla mitologia dei luoghi abbandonati. Sullo sfondo di una cittadina a malapena visibile tra la polvere e il caldo, Leigh e Gordon sono due adolescenti alle prese con la fine di un’era, fatta di casa e luoghi familiari, e l’apertura al mondo con la scelta del college. Alcuni misteriosi avvenimenti destinati a rimanere tali, avranno effetti diversi sui due giovani.

In Lamb il viaggio aveva un punto di arrivo ben preciso e l’isolamento in un luogo abbandonato a se stesso diventava fuga dalle convenzioni e recupero della semplicità; quella di Lions, invece, è una realtà stanziale che indaga i rapporti tra uomini e territorio, se cioè è quest’ultimo a modificarsi in funzione dell’altro o viceversa. Si realizza una sinergia simbiotica tra i personaggi e il luogo in cui vivono. Il racconto diventa una romanzo corale, guidato da una coscienza onnisciente simile a un bagaglio mitico che affonda le radici nelle origini della città. C’è bisogno di un grande talento per raccontare i luoghi dell’abbandono dove sopravvive la speranza di un diner, di un terreno che una volta è stato fertile e di due giovani che non abbandonano lo spirito di sopravvivenza.

Quando Giorgio Vasta si concentra sull’assolutamente niente in realtà deve constatare l’etimologia contraria del niente americano che ha sempre una storia da raccontare. E infatti Lions si popola di leggende che si incontrano lungo tutto il romanzo: la vecchia Lucy Graves chiede un passaggio dall’Ottocento; si può sentire urlare nel vento la giovane maestra di scuola che piange invocando i nomi dei bambini lasciati andare in una tempesta di neve; il luogo mistico di Echo Station dove se giri 3 volte su te stesso puoi vede il tuo passato o il tuo futuro. Ancora una volta, il racconto di un’impasse diventa spunto per comprendere i processi della disgregazione provinciale, a prescindere dalle identità. Leigh e Gordon incarnano due spinte dell’ambiente in cui vivono: la prima prova disillusione e voglia di emancipazione che rinnega (non fino in fondo) il luogo e la sua storia; per il secondo le origini non sono un fardello ma un marchio indelebile che dal territorio, imperlato di sangue leggendario, si trasferisce alla volontà.

Le disse che, nonostante la velocità e le ruote che giravano sull’asfalto mentre andava, aveva sempre l’impressione di stare fermo. E ogni cosa era enorme. Se Lions era un luogo di aria, di luce e di roccia non ne stava uscendo, bensì vi si addentrava sempre di più in profondità o, meglio, si infilava sotto, fra le crepe. Era più un precipitare che un allontanarsi.

«C’è così tanto silenzio» le disse «così tanto spazio vuoto». «Quello che fino a un attimo prima ti era parso importante di colpo scompare».

Avvicinò la punta delle dita, che poi allargò come un fiore. «Così».

Leigh lo guardò scettica. «Che cosa, scompare?»

«Tutti i tuoi progetti. Le preoccupazioni di dover fare qualcosa nella vita».

(Bonnie Nadzam, Lions, traduzione di Leonardo Taiuti, Edizioni Black Coffee, 2017, p.151)

lions_grandeTitolo: Lions

Autore: Bonnie Nadzam

Traduzione: Leonardo Taiuti

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 288

Acquista su Amazon

 

imageItemTitolo: Lamb

Autore: Bonnie Nadzam

Traduzione: Leonardo Taiuti

Editore: Edizioni Clichy

Anno: 2015

Pagine: 240

Acquista su Amazon

*Manca, perché devo ancora leggerlo, Amore e antropocene, la raccolta di racconti che l’autrice ha scritto con il filosofo e ambientalista Dale Jamieson, edito in Italia da Stampa alternativa.

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