Quando Piero Origo decide di compromettersi è raggiunto da una consapevolezza a dir poco liberatoria. Vuole Emilia, la moglie del migliore amico Domenico, una donna autodistruttiva e adagiata nel dubbio della vita matrimoniale. Un inizio tra i più semplici per Tabù di Giordano Tedoldi, scrittore non nuovo alla pubblicazione (ha esordito con I Segnalati edito da Fazi editore e Io odio John Updike ripubblicato da minimum fax) e che ora approda alla collana di narrativa Tunué. La sintesi tra i “quattro quinti di realtà e uno di sconfinamento” manifesto iniziale di Vanni Santoni, editor e curatore della collana, si unisce non tanto alla storia narrata ma alla forma della scrittura. Un punto di forza dei romanzi Tunué che è riuscito a mediare tra il successo di pubblico e la cura della storia spesso subordinata allo stile. Validi esemplari che mi è capitato di avere tra le mani sono Dalle rovine di Luciano Funetta e Lo Scuru di Orazio Labbate.

tabù-giordano tedoldiTornando a Tabù dietro l’apparente semplicità di quello che all’inizio sembra un triangolo amoroso spicca lo stile di Tedoldi che rende più piena e meno banale la vicenda. Il periodare è ricco di incisi che rendono le frasi sempre in divenire fino al punto e un apparato di teorie che caratterizzano i protagonisti contribuiscono a una costruzione lenta del romanzo che prende piede intorno alle 100 pagine. Ben presto il distaccarsi da un intreccio classico dalle tinte borghesi assume carattere autoconsapevole e, quasi, surreale. Piero, per esempio, lascia che a sconvolgere la propria vita sia un abbandono totale ad essa. Se da una parte le donne rimarranno profondamente sconosciute nella loro essenza, lui vi si abbandonerà quasi fossero figure angeliche che assumono un’accezione non proprio religiosa ma di pura estasi universale: sono pianeti che gravitano misteriosamente attorno all’uomo, si può conoscere una porzione della loro orbita ma per il resto rimarranno profondamente sconosciute. Gli incontri erotici sono inevitabili per sondare una parte istintuale che per Piero è più pura delle convenzioni che regolano la vita umana. Arriverà persino a prendere parte all’esperimento sociale della comune, un sistema dove uomini e donne vivono la libertà sessuale senza vincoli sentimentali. Qui, per esempio, un prodotto ultimo dell’uomo è collegato all’aspetto della tribù, con tanto di totem da venerare, come a sottolineare la purezza della condizione riprodotta.

«Vuoi dire che ci siamo preoccupati, stanotte, di farlo bene, di far godere gli altri?» «No, dico che non è stato abbastanza selvaggio. È la prima volta che lo facevo in tre, e mi aspettavo qualcosa di meno… sì, rituale insomma». «Ma i riti sono selvaggi, estremamente. Se poi dici che non è stato abbastanza carnale, ti posso dare ragione, ma la carne per l’umanità è perduta, il corpo è perduto, e non lo recupereremmo nemmeno diventando cannibali. Vomiteremmo al primo assaggio. Questo è l’ultimo avamposto del corpo e della carne, ma è comunque infinitamente al di sotto dei sogni di stupro, di fiotti spermatici incessanti, di falli granitici, di tagli profondi e orge tra specie e mutilazioni reciproche».

(Tabù, Giordano Tedoldi, Tunuè, 2017, pp. 100-101)

In realtà proprio la religione si incontrerà e si mescolerà con le idee di Piero in modo inaspettato. Dopo le prime due parti che raccontano l’innamoramento, la «caduta» e l’accudire un innocuo rivale in amore, dalla parte terza il testo si trasforma in tabulae, un’elegia autobiografica che Piero comporrà fino a un certo punto prima di lasciare il compito a padre Eusebio. Sarà lui la voce narrante delle ultime parti del libro. I due sono la perfetta trasposizione di due impulsi primordiali con interessanti similitudini. L’ebbrezza della vita di un dionisiaco come Piero non è mai completamente nel torto o nell’anarchia. Lui stesso, quando vede la fede di Emilia, afferma che «i simboli non devono fare alcuna impressione appariscente se vogliono legarti col vincolo ideale, non con lo sforzo della forma e delle false promesse». È questo il motivo per cui neanche l’etichetta del peccatore vale, perché Eusebio ha un’indole apollinea solo in superficie quando è in equilibrio con se stesso e sublima l’amore sessuale con la propria vocazione. Nel profondo la spiritualità è legata al corpo tanto che Eusebio si lascerà andare a riflessioni di questo tipo:

È un po’ strano. Ci addoloriamo se guerrieri di fede islamica distruggono manufatti che, ai loro occhi, sono insegne di idolatria o paganesimo, ma d’altro canto esiste chi, tra di noi, vuole rimuovere il crocifisso. È un po’ strano, perché potremmo trovarci d’accordo nel comune scagliarci contro oggetti investiti di significati spirituali. Il disaccordo naturalmente si pone nel fatto che per noi, uomini privi di fede, gli oggetti, e i corpi, inanimati o animati, non possono né debbono ispirare nulla, ma solo servire a se stessi in quanto corpi, e a altri corpi. […]

Questo annientamento, più o meno civilizzato secondo le latitudini, di mere cose, insultanti solo per la loro esistenza (non è infatti questione di farle sparire, per esempio, nelle scuole, ma dalla faccia della terra, come riconoscono i più coerenti) sarebbe un progresso del razionalismo?

(Tabù, Giordano Tedoldi, Tunuè, 2017, pp. 304-305)

È solo uno dei modi per vivere: lasciarsi consumare dal desiderio senza averne la giusta misura; essere legato al corpo, come ricorda la malattia di Piero, ma ritrovarsi un apparato spirituale, lasciarsi confondere dal dubbio come Eusebio. Il romanzo di Tedoldi traccia un sunto tra la concezione psicanalitica e animismo collegando in modo inatteso alla religione per mostrare un diverso rapporto tra realtà e irrealtà.

 

giordano-tedoldi-tabùTitolo: Tabù

Autore: Giordano Tedoldi

Editore: Tunué

Pagine: 360

Prezzo di copertina:  14,90 €

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