Assistere all’atto di nascita di una casa editrice indipendente sta diventando un evento meno raro del solito. E questo, torno a ripetermi, esula dai dati sulla lettura in Italia e ha più a che fare con la coda lunga, la specializzazione e l’attenzione maggiore che le piccole case editrici riservano a pubblicazioni di nicchia. È successo con Edizioni Black Coffee – che sin dal primo libro pubblicato urlava con insistenza la scoperta delle nuove voci, soprattutto femminili, della narrativa americana -, accade per TerraRossa Edizioni e il suo viaggio intrapreso alla scoperta di autori italiani, e ora arriva anche Pidgin edizioni. Quando ho intervistato l’editore e traduttore Stefano Pirone è venuto fuori un progetto dai confini ben precisi. Anche se di confini non si dovrebbe parlare data la trasversalità delle scelte proposte: una stratificazione di generi e linguaggi diversi che trova la perfetta definizione in quel “pidgin”.

Il reattivo di Masande Ntshanga, prima pubblicazione della casa editrice napoletana, è perfetto per tale missione. La realtà di Lindanathi vive tra gli angoli degradati di una grande metropoli come Città del Capo e le esperienze allucinate per l’uso di medicinali e droghe. Sin dall’inizio incomberà sulla vicenda del protagonista la morte del fratello durante un rito di passaggio, la messa al bando di Nathi da parte della sua famiglia, il senso di appartenenza che il protagonista creerà con un’altra dinamica famigliare, quella con gli amici Ruan e Cecelia. La dimensione sudafricana, in bilico tra sviluppo e degrado, convive con miscuglio di etnie e pidgin che solo in superficie sembrano aver trovato stabilità. Alcuni particolari devono ancora assestarsi, non mancano gli episodi di razzismo e non manca una forte caratterizzazione dovuta alle origini di Lindanathi: sempre legato al suo piccolo villaggio, perseguitato dall’idea di dover svolgere il rito di passaggio. Tradizione e modernità convivono senza ribellione, non c’è nessun tentativo di scardinare dall’identità l’una o l’altra, a meno che non si parli di morte, un presagio costante e ossessivo soprattutto per la positività di Lindanathi all’hiv.

L’uso di medicinali non allontana l’idea della fine della vita ma sembra porla su un piano di coscienza diverso, più introspettivo. Non è raro trovarsi riflessioni in mezzo a descrizioni allucinate di chi vaga strafatto in un appartamento:

E se i bambini piangessero perché la nascita è la prima forma di incarcerazione umana? E se l’essere imprigionati nel corpo umano fosse uno shock indelebile per le coscienza? E se la carne è destinata a cascare sin dal principio, non rappresenta allora un involucro inadatto, dal momento che la coscienza, naturalmente amorfa, è antitetica alla disintegrazione?

Non un romanzo sulla morte e la malattia ma un romanzo sull’interruzione delle loro reali implicazioni. Il vagare senza meta e la facilità con cui i protagonisti vogliono perdersi è una forma di protezione dalla verità e allo stesso tempo un avvicinamento alla verità stessa. Morte come espiazione della colpa per Lindanathi, morte come oblio inevitabile, ma anche ricerca dei sistemi per eluderla come Cecilia: «Fu me stessa che staccai dal suo letto: quando il cancro allo stomaco di mia madre divenne serio, cominciai a tenermi alla larga dall’ospedale[…] Forse volevo preservarla, dissi a Claire. È grazie a questo che mia madre rimase viva nella mia testa per così tanto tempo dopo essersene andata». La prosa destabilizzante e dinamica di Ntshanga regala momenti di profonda riflessione e durante lo svolgimento il romanzo allenta la sua morsa avvicinandosi alla fine. L’attenzione alle dinamiche dei tre amici si disperde con un misterioso deus ex machina che rimarrà poco approfondito nelle parti successive. La risoluzione della vicenda arriva immediata senza dilazionare un discorso che poteva essere affrontato con più impegno come quello della malattia e dei risvolti politici sudafricani.

Il reattivo ha il merito di non fermarsi a un’interpretazione monodimensionale della realtà. Riesce ad essere ambivalente sin dal titolo: il reattivo è chi ha accettato la malattia e la combatte curandosi quotidianamente, il reattivo è anche chi opera per cambiare le cose. Nonostante l’autore abbia bisogno di maggiore esperienza per sostenere una narrazione romanzesca, è in grado di alternare momenti ad alta concentrazione lirica a momenti più semplici e narrativi.

 

il reattivo masade ntshangaTitolo: Il reattivo

Autore: Masande Ntshanga

Traduzione: Stefano Pirone

Editore: Pidgin

Pagine: 196

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