anna edes

«Tuttavia alla fine riuscì ad abituarsi» il punto risolutivo di una condizione perenne. L’abitudine racchiude uno schema accogliente, con tutte le istruzioni che, se eseguite meccanicamente, producono uno stato rassicurante. Molto spesso il senso di benessere è un lavoro molto raffinato dell’illusione e della capacità di raccontarsi bugie molto credibili.

Tutto questo, però, Dezső Kosztolányi lo scrive all’inizio della vicenda di Anna Édes (traduzione di Andrea Rényi e Mónika Szilágyi, edizioni Anfora, 2018) riuscendo a dissezionare piani narrativi con incursioni velate alla politica, alle teorie psicanalitiche, alla società ungherese degli anni Venti. Eppure la storia si apre nel più politico dei modi: la fuga di Béla Kun, commissario del popolo durante il breve regime comunista che s’instaurò in Ungheria nel 1919. La corsa di Kun bardato di catene, gioielli, collane d’oro è una visione tragicomica, quasi fiabesca. Produce immediatamente la visione del velivolo che si alza in volo e scruta la piccolezza sottostante suggerendo la miopia del potere davanti alle debolezze umane. Da questo momento in poi visiteremo un quartiere di Budapest e vivremo con i Vizy: coppia piccolo borghese visceralmente avversa ai bolscevichi, ma completamente smarrita dopo la caduta del regime come se la scomparsa del capro espiatorio, al quale addossare parte della frustrazione quotidiana, avesse prodotto una crisi e un necessario assestamento di bisogni e problemi. La cornice politica che a tratti strizza l’occhio all’attualità è solo il margine estremo di una scatola sociale e psicologica in cui Kosztolányi inserisce i protagonisti.

La potenza di un classico come questo, che ha battezzato l’autore a maestro del primo Novecento, è il ritratto di uno stereotipo che nella scrittura si concretizza nella visita di luoghi oscuri e scomodi. È impossibile cadere nella trappola del recensore che scrive di “personaggi unici” perché la complessità è spiegare l’abilità dell’autore di un’indagine dall’interno. Questo è il rischio di ogni autore: addentrarsi nell’oggetto della sua scrittura tanto da rimanerne risucchiato senza la possibilità di una visione oggettiva. Cosa che non accade a Kosztolányi.

Entriamo, quindi, nella casa di Kornél Vizy, un benestante che prima della rivoluzione era un consigliere ministeriale e della moglie, donna che ha nella casa la propria anima, una dipendenza materiale che tramuta in ossessione persino la ricerca di una cameriera («Nei due anni difficili pian piano aveva imparato che la vita era nulla, mentre la materia era tutto»). La ricerca dell’angelo del focolare, la morte della figlia, il bene materiale prima di quello affettivo, compongono il profilo freudiano della signora Vizy: un concentrato di lapsus diventati ormai traumi inconsci mai curati. Persino quando arriverà Anna, giovane e ingenua cameriera, che si rivelerà perfetta, impeccabile a confronto delle sue colleghe, i signori Vizy rischieranno di far riaffiorare istinti sepolti:

A volte un desiderio ironico e solleticante si prendeva gioco di loro: di buttare le braccia al collo, ringraziandola del bene ricevuto, o persino di andare dal fotografo insieme, seppure di nascosto e di notte, per farsi ritrarre in tre come una famiglia; ma dal realizzare questo pensiero birichino e particolarmente bizzarro che poteva balenare nel loro cervello soltanto per burla, per un millesimo di secondo e poi sparire prima di poter essere ponderato nel merito e debitamente deriso, li tratteneva la loro razionalità borghese e la consapevolezza che in fondo si trattava solo di una serva.

Come si legge, tuttavia, il piano sociale e politico dei Vizy compenetra nella loro quotidianità tanto da determinare la ricerca di differenze tra gli uguali. La provenienza delle serve è l’indizio che suggerisce i reati che compiranno nelle case dei padroni, mentre Anna è il caso unico la cui singolarità deve sottomettersi alla norma: la storia clandestina col nipote dei Vizy la corroderà al punto da avere risvolti tragici («con il passare dei giorni qualcosa si indurì, si intorpidì in lei»). Emblematico è il discorso sul Pan di Spagna di un amico della famiglia per cui «Il genere umano non esiste» e tutto si risolve nella differenza rimarcata da chi arriva per primo nella presa del potere. L’amara ironia o il paradosso di tali ragionamenti sono le minuzie che fanno dello stile di Kosztolányi un tratto distintivo, insieme all’abilità di calarsi non solo nei personaggi del tumultuoso dopoguerra ungherese ma soprattutto nei panni del mondo femminile ritraendolo con maggiore attenzione rispetto a quello maschile. E qui il recensore è colpito da un’altra folgorazione: è il caso di definire Anna Édes “romanzo immortale”? Pensiero da accantona: ogni opera è il prodotto del tempo in cui viene composta. Stupisce, in ogni caso, la familiarità con cui il lettore comprende che il meccanismo di discriminazione viaggia sul discorso di abbassare il dibattito politico a mero istinto di sopravvivenza classificando, per differenza, chi ha il diritto a vivere nella società. Potrà stupire, altrettanto, che la discesa negli inferi di Anna corrisponda a rinunciare alla propria personalità, alla propria moralità, solo perché una maggioranza di uguali ne ha decretato la devianza.

Se tutto questo non dovesse stupire, infatti, dovremmo ringraziare scrittori come Dezső Kosztolányi che, almeno, ce lo ricordano continuamente.

 

anna edes-Dezső KosztolányiTitolo: Anna Édes

Autore: Dezső Kosztolányi

Traduzione: Andrea Rényi e Mónika Szilágyi

Editore: Anfora

Pagine: 272

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